Non che io sia meno trafelata di quanto lo sia stata in queste lunghe settimane trascorse tra sesta malattia, bronchite, influenza intestinale e poi qualcosa di non ben definito.
Però stasera qualche minuto voglio ritagliarlo per scrivere del nuovo bar aperto qualche giorno fa di fronte casa mia.
Naturalmente i gestori sono due operosi bengalesi (sono sempre al lavoro e sorridono di sorrisi che non abbassano mai la guardia, ma come fanno?); Tre ragazzi. Si riunivano il venerdì sera sotto alla mia finestra, seduti sullo scalino del panificio e ascoltavano la musica fino a tarda notte dai loro telefonini, intonando, a volte, degli struggenti neomelodici napoletani con voci di tutto rispetto.
Si riunivano sotto alla mia finestra, sullo scalino. Ora hanno aperto un loro bar/sala giochi. O meglio (cito leggendo l'insegna) una "sala giochi e somministrazione cibi e bevande".
Durante i lavori leggevamo solo "...zione"; ci chiedevamo che cosa stesse per venire alla luce in quell'angolo bene in vista di strada: forse organizzazione eventi... ma i colori dell'insegna non erano calzanti; corsi di recitazione? Sì... già più in linea con lo spirito del quartiere... e invece no! "Somministrazione cibi e bevande".
Non è tanto l'uso delle parole quanto quello che ne deriva.
Andando al mercato passo e sbircio, sono curiosa. L'interno è tutto lindo e pinto. Brilla. Le patatine in ordine meticoloso sugli scaffali; birre e bibite allineate per colori e denti scoperti da sorrisi che, sempre, mi smarriscono. Mi hanno vista sbirciare, non fa nulla, arrossisco. Sorridono.
Hanno riportato sull'insegna e illuminano ogni sera la dicitura che definisce l'esercizio riportata sulla licenza. Me l'ha detto Massimo; e a rifletterci è vero. Quindi non è tanto l'uso delle parole ma il come.
Penso al loro orgoglio nel commissionare l'insegna, nell'inserire tutti quei caratteri luminosi, di quella definizione così elegante e completa. Molto più esplicita e molto più comunicativa di questa misera sillaba fatta parola che è "bar".
E mi commuovo; mi commuovo per un'idea che probabilmente è solo tale; per un'immagine che forse si nutre solo della concezione che, vivendo qui, mi sono fatta di loro. E davvero, davvero, non riesco a immaginare i volti di coloro che hanno ideato e promosso (e peggio, messo in atto) l'operazione detta "White Christmas"; ne leggo oggi e il cuore mi si stringe.
EmoZione, CommoZione, MortificaZione, FrustraZione
venerdì 27 novembre 2009
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barbara
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Vecchia, piccola, borghesia
domenica 25 ottobre 2009
Oggi l'ipocrisia borghese del nostro paese mi irrita. E questa irritazione mi indurrebbe a scriverne e sfogarmi; le uniche parole che mi ronzano in testa, però, sono quelle di Claudio Lolli, allora canto e vi lascio qui questa canzone che tanta parte ha avuto e ha nella mia vita.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Sei contenta se un ladro muore se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui tieni stretti i denari tuoi
assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica vestita a festa con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue Chiese in ogni città, in ogni paese.
Presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria
cosi grigia così per bene, ti porti a spasso le tue catene.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Godi quando gli anormali son trattati da criminali
chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e intellettuali.
Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia
tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione meschinità e moderazione
alterando bilanci e conti fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia con cinismo e vigliaccheria
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana
chi lo fa per più di due ore, chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante, o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto
sempre lì fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto.
Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.
Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
per piccina che tu sia il vento un giorno ti spazzerà via.
Claudio Lolli
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barbara
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Ben sola e ben nuda, senza miraggio, porto la mia anima
giovedì 22 ottobre 2009
Ciò che vivo è accaduto prima d'ora e accadrà di nuovo.
Prendere in mano, figuratamente, una penna e scrivere.
A volte è l'unica cosa che riesca davvero a riconciliarmi con il mondo. Con il mondo intero, anche quello che detesto anche quello che mi delude e spaventa.
Non correggo mai ciò che scrivo (se si tratta di scrittura intima), non ho bisogno di riflettere, non cerco le parole, soprattutto non cerco le parole giuste.
Probabilmente è per questo che quando metto il punto finale mi sento sollevata e libera. Probabilmente è una traccia della fiducia che in me ancora c'è verso le persone, nei confronti di chi legge.
Mettersi a nudo non è semplice. Il mio intimo pensiero si scopre e si mostra, nuda pelle, senza orpelli e maschere e io ne ricevo beneficio. E sono grata a me stessa per questo regalo che ogni giorno mi concedo; anche se a volte non basta. In certi giorni non è sufficiente.
E mi sento esposta all'aria ma senza alito di vento, tutta intorpidita dal freddo, immota. Nella nebbia greve del crepuscolo, quella carica di bruma, quella che si posa leggera sui panni che indosso, sulla pelle, e senza lasciare che me ne accorga mi bagna e si raffredda. E mi gela, fino alle ossa.
Altri giorni un senso di ferina allerta mi protegge da sguardi e parole che lambiscono il mio volto, che blandiscono con lusinghe, che aggrediscono con il tono crudele di chi si ritrova con le spalle al muro e nell'atto di salvarsi la pelle cerca di strappare quella altrui.
Chi sono io? Che cosa sono? Non lo so. So cosa non sono e questo mi rassicura e abbraccia.
Vorrei riuscire a cesellare me stessa. Ornarmi di incisioni eleganti e raffinate; abbellirmi con vittoriani orpelli. E invece inseguo la mia semplicità con cautela, ne ripercorro le tracce per sentieri ripidi e sassosi. E la ritrovo, sempre, in agguato, con i sensi allerta a qualsivoglia mio tentativo di mascherarmi e mi scopre, mi sorprende e mostra. E io, come una fiera, alzo la fronte al cielo e strappo alla nebbia qualche refolo fresco, qualche intenso respiro.
Il titolo è un verso di Ungaretti
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barbara
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Un'anima si fa senza più peso
lunedì 19 ottobre 2009
Il senso di smarrimento che la mattina avvolge i miei pensieri non andrebbe confuso con l'assonnato e intorpidito risveglio dei sensi. Invece così accade. Accade perché io preferisco che accada, perché spesso opto per una parvenza canterina e briosa. Per una forma tonda che nulla a che vedere ha con quella triangolare che, invece, mi ritrae e rappresenta.
Accade perché sono convinta (e l'essere certi è una condizione che inseguo e alla quale anelo sempre) che lavorando sulle cose, su tutto anche sulle sensazioni e sui pensieri, si possano ottenere risultati, sebbene sulle lunghe distanze, pregevoli.
Allora briosa saluto Massimo, saluto Elisa e corro incontro all'autobus che mi porta in ufficio. Con passo svelto e cadenzato risalgo quella dolce collina che dal Verano porta alla Sapienza. Mi guardo attorno, tengo d'occhio e considero l'andamento della moda valutando le mercanzie esposte sulle bancarelle (sono tornate di moda le kefiah, ma rivisitate in un orrendo connubio tra la svalutazione della carica storica di questo indumento e i temibili anni ottanta), una ragazza dallo sguardo perso mi tende meccanicamente un volantino sperando che io abbia bisogno di un finanziamento a tasso ridotto e io lo prendo, non perché ne abbia bisogno, ma perché so che sarà pagata in base al numero di volantini distribuiti e non sopporto il carico di quello sguardo annoiato. Appallottolo il volantino e lo conservo in borsa, poi mi fermo al semaforo. Diversi ragazzi passano col rosso, velocissimi, accelerano e raggiungono un'andatura che lascia intendere una fretta da coniglio bianco, per poi, una volta attraversato, raccogliersi in capannelli e ciondolare. Sorrido e attraverso, col verde.
In ufficio arrivo sempre per prima. Infilo la chiave nella toppa, apro la porta, entro e m'investe un grigiore che è di aria stagnante e penombra.
Apro tutte le finestre e un'aria gelida mi avvolge insinuandosi nei miei occhi e nel mio cuore, ma non importa.
Sulla mia scrivania degli appunti malamente interpretabili.
Qualcuno ha rotto il vetro della finestra della mia stanza. C'è un enorme buco. Lavoro con il cappotto, ho le mani ghiacciate.
la frase del titolo è di G. Ungaretti
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Where Smiles Are Born
sabato 17 ottobre 2009
Pare che la sesta malattia sia la sorellina minore tra le esantematiche. Mi chiedo adesso, dopo che è passata, cosa ci attenderà quando arriveranno le maggiori?
Si tratta al massimo di 5 giorni di febbre altissima e sfoghi. E altrettante notti.
Notti sdraiata con l'orecchio teso a qualsiasi rumore sospetto (perché mai, in nessun caso, si cederebbe al principio ormai da mesi consolidato dell' "ognuno nella sua stanza"). Ed Elisa che proprio in quei giorni scopre quanto sia simpatico e che bel ritmo possa avere il suono dei propri vispi piedini contro le assi delle sponde del lettino.
Quel tonc toncare nel pieno della notte per ingannare i momenti di veglia notturna tra una tachipirina e l'altra sortiva sempre lo stesso risultato: seduta ritta sul letto, il batticuore, scendi, cerchi le pantofole e non le trovi o peggio trovi quell'unica che la volta prima non trovavi, il che è davvero peggio perché l'incedere affrettato sarà traballante e rumoroso, potenzialmente esposto agli spigoli.
Arrivi, trafelata, e nella penombra ti accoglie un moccioloso e febbricitante sorriso. Elisa mostra come sia diventata brava in quelle ultime ore a battere i piedini sulle sponde del proprio lettino. Io la guardo, penso che sono le tre di notte e ho un occhio semichiuso. Lei scotta, ma nel sollevarla, comunque, afferra le apette della giostrina e parte il carillon che, sempre, conserva qualche giro di carica per i momenti più adatti e allora? Sarà giorno! Evviva! Perché non giocare all' "afferra e lancia tutto quello che c'è sul fasciatoio" mentre la mamma ci misura ansiosa la febbre?
La febbre è alta, altissima, il naso è tappato e la notte è ancora lunga, non è mattina.
La mamma se ne torna a star con l'orecchio teso nella sua stanza ed Elisa sonnecchia un po' fino a quando non sarà ancora il caso di regalarci qualche altro concerto a base di percussioni.
In orari speciali, per un pubblico selezionato ed esclusivo: noi!
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Virtù da esposizione, opere splendenti e false
martedì 6 ottobre 2009
Faccio ogni giorno uno sforzo. Ogni giorno è uno sforzo tremendo. Sovrumano, sovramé.
Lo sforzo di impormi la calma, la calma del non pensiero, della noncuranza.
Sento gente che si lamenta con voce lagnosa di quanto sia difficile barcamenarsi con i conti, con la vita; e mentre sento (non ascolto) queste lagne, osservo chi parla e mi accorgo di alcuni dettagli; prendo nota.
Sulle prime nemmeno ricordo che cosa io abbia notato. Poi in certi momenti in cui devo scontrarmi con stipendi non pagati, con principali che schiacciano e annullano, con gli oggetti che invecchiano e si rompono, all'improvviso ciò che avevo appuntato mi torna alla mente e riconsidero gli anelli con brillanti, le scarpe, gli occhiali griffati. E mi monta la rabbia. E dimentico la calma del non pensiero, e va a farsi friggere la noncuranza. Non riesco a non sentirmi contrariata. Mi innervosisco e mi torturo mani, capelli e unghie.
La mia bambina sorride mentre le racconto di queste cose. Forse vorrebbe dirmi di quanto sia inutile che io rimugini. Forse nel mio timbro alterato legge contrasti che a me sfuggono. E mi intenerisce, mi rasserena il cuore. Allora sorrido. Ma ho paura. Ho paura di non riuscire a insegnarle come non si debba cedere né credere ai pietismi.
Alcune persone hanno la necessità di mostrarsi in difficoltà agli altri. Non per bisogno, per furbizia. Bisogna saper distinguere, è difficile. Io ci riesco, nella maggior parte dei casi, ma il processo che porta a questo disincanto è doloroso; il sentirsi cosciente dei piccoli, laidi inganni altrui umilia e lacera.
Ancor più doloroso è il cercare di non curarsene, il cedere ai compromessi, il sentirsi incapace di essere sé stessi e fingere.
Oggi sono stanca. Oggi non sopporterei alcun sorriso. Eccezion fatta per quelli, splendidi e veri, della mia bimba.
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Gioco di fantasia
mercoledì 30 settembre 2009
Trafelata più che mai non riesco a mettere da parte del tempo da dedicare alla scrittura di questo diario di impressioni.
Covo progetti e ritaglio quadratini di idee cercando di ricostruire un mosaico che non è solo di prospettive quanto anche di possibilità.
Gioco di fantasia e mi nutro di dolci, morbide aspettative.
Presto spero che la carta trasparente e colorata che spezzetto possa fissarsi in uno spazio e dia vita a un'immagine vivida, rosone naif, attraverso cui possa passare e rilucere il sole.
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Amo la stanca stagione che ha già vendemmiato
venerdì 25 settembre 2009
L'autunno è la stagione che prediligo, ma tarda ad arrivare e mi manca.
Ricordo che quando abitavo in Calabria, aspettavo l'autunno per tutte le cose che portava con sé, incluso il ritorno a scuola. Adoravo andare a scuola, era il mio luogo preferito, quello in cui mi sentivo più a mio agio; non ero affatto una secchiona, anzi, però quel luogo, quel vecchio edificio a due piani, quelle classi dalle lavagne enormi, i miei amici, i confronti, le discussioni, i sorrisi..., tutto incominciava con l'autunno.
Il mio paese (quello delle radici) è circondato da monti ricoperti di alberi di castagno. In autunno le piante si ricoprono di ricci pungenti. L'aria si tinge di bordò, l'odore è di foglie e terra, di bruma.
Mi accorgevo che l'autunno stava per arrivare grazie alle castagne.
Poi ho cambiato città e i sono trasferita a Siena.
Allora l'autunno significava ritornare, dopo la pausa estiva, agli amici, agli affetti e alle vigne. Tra i pampini rugosi delle viti facevano capolino grossi grappoli viola e dorati, grappoli tardivi, sfuggiti alle vendemmie estive, destinati a diventare passiti.
L'autunno senese era freddo e dolce.
Quindi Roma. L'autunno romano sembra primavera e ciò mi smarrisce. Non è avvolgente, piuttosto scortese, dai modi bruschi. Come i temporali che all'improvviso sconquassano giornate serene, spazzando con folate violentissime le fronde degli alberi e allontanando dalla città gli storni che qui, ostinati, resistono al richiamo della migrazione fino alla fine di ottobre.
Mi chiedo se l'autunno mancherà anche alla mia bambina, se riuscirà ad assaggiare la genuinità di una stagione morbida, avvolgente. Lo spero, e spero che arrivi presto a colorare di ocra e bruno le mie giornate.
Che dolcezza infantile/nella mattinata tranquilla!/C'è il sole tra le foglie gialle/e i ragni tendono fra i rami/le loro strade di seta. (Mattina d'autunno, F. G. Lorca)
il titolo è un verso di V. Cardarelli
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Guidata dal profumo verso climi che incantano
mercoledì 23 settembre 2009
Per quanto mi costi ammetterlo mi sento molto ferina. Sono molto ferina, magari alla tassiana maniera.
Lo capisco dalla scala di valore in cui classifico i miei sensi e la mia predisposizione a usarne uno piuttosto che l'altro.
Mi sento una sorta di marmotta sentinella, sempre impegnata a tendere l'orecchio e annusare l'aria. Il mio naso si arriccia e percepisco qualsiasi odore mi aleggi attorno.
C'è stato un tempo in cui pensavo addirittura di fare le prove per diventare "annusatrice" di mestiere. Sembra strano ma la professione esiste davvero; i nasi particolarmente percettivi sono molto utili in ambito farmaceutico ed erboristico e io volevo tentare questa strada. Poi non so perché, non lo ricordo, ho rinunciato, ma sono tuttora convinta di avere un naso talentuoso oltre che imponente.
Riconosco tutti gli odori nei quali almeno una volta mi sono imbattuta ma soprattutto gli odori a me familiari, quelli della mia terra o della mia casa, o delle persone a me care. Perché li coltivo.
Se incontro un odore il passo verso i ricordi ad esso associati è breve. La mia mente si popola di odori e profumi che mi avvolgono ed estraniano dalla realtà circostante.
Gli odori del peperoncino, per esempio, sono molteplici e differenti; il peperoncino ancora sulla pianta è fresco e aspro, quando è tagliato a pezzetti è pungente, quando lo si mette fresco nell'olio e sfrigola è caldo e piccante. Il peperoncino per i calabresi è un po' come la neve per gli eschimesi, ma non si tratta solo di questo. Si tratta dei solchi di terra che mio padre ha appena smosso; del cane che corre all'impazzata, felice. Si tratta della cucina di mia nonna e dei ceci cotti lentamente. Si tratta piuttosto dell'associare a ogni odore un'idea.
Io faccio così, sin da bambina, e mi ritrovo ad avere una collezione di ricordi odorosi.
Ci sono i buoni e i cattivi odori. Ma non è la fragranza che conta quanto piuttosto l'idea che l'accompagna che ne amplifica o sminuisce l'intensità.
Ricordo tre odori in particolare di quando è nata Elisa.
Il primo era di gelsomino e arancia misto a tabacco. Lo indossava un'ostetrica di nome Barbara con una voce roca racchiusa in un corpo esile e delicato. Il secondo di tintura di iodio; e non riesco a dissociarlo dalla tensione e l'ansia di quel momento così partecipe. E il terzo di acqua di violetta, molto tenue. Sembrava provenire da chissà dove, e invece era proprio lì, tra le mie braccia.
Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano, vedo un porto pieno d'alberi e di vele ancora affaticati dall'onda marina, mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola nell'aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia anima al canto dei marinai.
(C. Baudelaire)
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It's all in the Luck, what the Hell!
martedì 22 settembre 2009
La mia casa si affaccia su una strada abbastanza frequentata, sotto alle mie finestre c'è un tabaccaio, l'andirivieni di persone quindi è abbastanza continuo.
Purtroppo non ho un balcone, quindi quando cerco un po' di refrigerio mi affaccio alla finestra. Preferisco le giornate piovose, e mi piace guardare a lungo il lampione che illumina le gocce di pioggia, ma l'altra sera non pioveva.
C'era un uomo per strada e il mio sguardo si è soffermato su di lui. Un signore sulla cinquantina, ben vestito, con un trolley. Aveva l'aria circospetta, si guardava attorno come se temesse di essere osservato (e io in effetti lo stavo osservando...), e poi si chinava, raccoglieva dei biglietti gratta e vinci (che la gente gratta, non vince ed educatamente butta a terra) e controllava nel caso qualcuno avesse buttato via per sbaglio un biglietto vincente. Questo più e più volte.
Elisa si addormenta attorno alle nove, ma per farlo ha bisogno di bere un po' di latte. Vado dunque ad allattarla e mentre lei beve io penso alla duplice implicazione della scena cui avevo appena assistito.
Che cosa può indurre un uomo ormai maturo a compiere questa povera e umiliante ricerca se non la miseria cui siamo ridotti? La paura di essere sorpreso a compiere un'azione che nulla aveva di "cattivo" era quasi palpabile, e allora alla miseria si aggiunge questa ovattata parvenza di perbenismo che ancora più della miseria ci affligge.
Oppure, ancor più grottesco, era semplice passione per il gioco d'azzardo; e allora dove può condurre una tale passione, per quali strade e vicoli è capace di farci spingere alla ricerca di nuove ed effimere occasioni? Del resto il rischio è legittimato e quindi legittimo. Ce lo propongono anche in tv, sui giornali; i manifesti per strada urlano di tentare la fortuna, di cambiare con la sorte la nostra banale esistenza. E anche gli aeroplani, a volte, d'estate, dall'alto dei cieli ci sussurrano e lambiscono con delle speranze vacue ma celesti.
La frase del titolo è di Charles Bukowski
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Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa.
lunedì 21 settembre 2009
Quando ero bambina inventai un nome. Solo più tardi scoprii che il nome di mia invenzione era della figlia di un'amica di mia madre e che presumibilmente, quindi, l'avevo sentito, e quella musica, quel nome ninna nanna, l'avevo fatto mio. Nennele. Adoro questo nome, è caldo, avvolgente, dondolante.Da bambina, tutte le bambine lo fanno, decisi che se avessi avuto una figlia si sarebbe chiamata Nennele.
Col passare degli anni, con lo scorrere delle letture e delle idee, alla lista di nomi da dare alla mia bambina si aggiunse Rossa e poi, per rendere giustizia al mio sradicamento, al distacco dalle mie origini e dalla mia terra, Sila.
Nennele, Rossa, Sila. Eppure oggi la mia bambina si chiama Elisa. E il suo nome è un nome dato per assecondare l'amore verso il suo papà e per non contraddire l'amore del suo papà per la palindromia.
Sono quasi certa che nessuna mia bimba, se ce ne saranno altre, si chiamerà Nennele (ma non rinuncio a Rossa e Sila), allora ho deciso di dar vita a una Nennele in carta e inchiostro. Una bimba paffuta, così la immagino, e intraprendente.
Ogni giorno aggiungerò dieci righe alla sua storia. E avrò la mia Nennele e una storia da regalare alla mia bambina.
Andarsene in giro da sola. Questo era quello che voleva. Ormai aveva 4 anni e un cagnolino all'occorrenza ferocissimo. L'esperienza e un amico fedele. Basta con le passeggiate al parco sotto l'occhio vigile di mamma.
Andarsene in giro da sola per boschi! Questo era quello che voleva ed era arrivato il momento.
Non aveva scelto un giorno per partire. Una mattina il sole intrufolandosi dalla finestra le aveva accarezzato i piedini; quel solletico luminoso e caldo era certo un segnale.
Una stiracchiata veloce a schiena e braccia, un richiamo fischiettante a Flok. L'orecchio teso al rumore dell'acqua che scorre: la mamma è in bagno, il papà è già uscito. Sì, era il momento di infilare la porta. Allora via, all'avventura!
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Il valore delle cose e delle parole
domenica 20 settembre 2009
Pensavamo fosse la domenica del riuso e stavamo andando al mercatino per lasciare un po' di vecchi libri e dei maglioni che non usiamo più e a prendere un portaritratti visto che l'unica foto del mio matrimonio che aveva trovato spazio tra le altre è stata soppiantata da un'Elisa sorridente. Quello del riuso è un concetto a me molto caro perché sono convinta che ogni cosa abbia un valore di per sé, a prescindere dall'uso che se ne faccia; valore che rimane al di là del tempo e che può ogni volta cambiare e rinnovarsi. Dei vecchi bicchieri colorati, seppur sbeccati, possono diventare dei segnaposto su una tavola natalizia; una brocca di cristallo dal dubbio gusto può trasformarsi in un bel portafiori; una vecchia scatola di latta diventare lo scrigno contenente alcuni tra i tuoi più preziosi ricordi.
Spero sia questo il concetto passato a mio marito e non uno sbrigativo e sollevato "liberarsi di cose inutili".
Pensavamo fosse la domenica del riuso (non lo è, si tratta di domenica 26 settembre) e ne parlavamo, in macchina, concitati.
Un momento di silenzio, il tempo stava cambiando e saliva una densa umidità dopo la pioggia.
E squillante e dolce assieme "papà!".
Ci voltiamo all'unisono; guardiamo Elisa, ci guardiamo negli occhi. Entrambi stupefatti.
Oggi Elisa ha detto la sua prima parola.
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Immenso e Rosso
venerdì 18 settembre 2009
È molto faticoso scrivere quando si ha la mente affollata di pensieri grevi.
Trovarsi dinanzi alla cruda evidenza di quanto tutto possa rivelarsi effimero smarrisce, sconvolge. Lascia muto il pensiero, lascia muto il cuore.
Giochi con la tua bambina, le sorridi, lei prova a parlare, non ci riesce; e allora emette degli strilletti acuti, ridacchiando e rotolandosi sul letto infervorata da un papà che fa altrettanto.
Sei felice e niente potrebbe cambiare questo stato di grazia.
Sei semplicemente felice.
Poi squilla il telefono e dall'altra parte c'è una persona forte, forte come una roccia, che con voce calma ti chiama per nome e ti saluta. Una persona che non abita a Roma di solito, ma allora perché lo 06 del prefisso?
Mi si fa buio intorno e capisco ancora prima che parli; e vorrei andarle incontro, anticiparla. Vorrei risparmiarle almeno il dolore del "mettere al corrente". Ma non faccio in tempo, perché dall'altra parte c'è una persona che ha metabolizzato un dolore inavvicinabile e con calma, decisa, ti spiega e racconta. E mentre racconta il tuo pensiero si muove, lento, soffocante e vorresti, e vuoi, trovare le parole, quelle giuste, quelle opportune. Ma hai l'abitudine alla parola, parli, parli; la parola è il tuo mestiere; è il tuo mestiere! Eppure attorno alle tue labbra c'è il vuoto. Assenza, mancanza, lontananza.
Sono effimeri i sorrisi, lo saranno anche le lacrime. Questo è ciò su cui mi concentro e in cui per qualche istante trovo riparo.
Jacques Prévert un giorno scrisse questi versi. E qui li lascio per un'amica.
Immenso e rosso/ sopra il Grand Palais/ Il sole d'inverno appare e scompare/ come lui il mio cuore sparirà/ e tutto il mio sangue se ne andrà/ se ne andrà in cerca di te/ mio amore, mia beltà/ e ti ritroverà/ Là dove tu sei.
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Verso casa
giovedì 17 settembre 2009
E vorrei dedicarlo a mia figlia, augurandomi che quando, crescendo, si troverà dinanzi a scelte e decisioni impegnative e dolorose, possa prenderle con l'animo lieve di chi sa che nessuna distanza è mai incolmabile; nessun luogo è mai così familiare come quello che trova riparo dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi di vento e sole nel nostro cuore.
Sono capitata per caso ad un mercatino di crete.
Con la testa rivolta ad altro e senza curiosità mi sono avvicinata e ne ho presa una in mano.
Un piatto, una ciotola.
La tenevo fra le mani e sentivo salirmi su per le braccia una vibrazione che mi parlava di posti lontani.
La sua consistenza porosa mi portava ben più lontano di una dolce collina senese.
Per parecchio tempo mi sono portata dietro quella sensazione, non riuscendo a spiegare a me stessa dove cercasse di condurmi.
Questa notte ho capito.
Verso casa.
Sono precipitata di colpo nel passato.
Al tempo in cui mia nonna cuoceva in una specie di piccola giara di creta rossa i fagioli o i ceci.
Quella giara la trovavo già vicino al fuoco, quando mio padre mi lasciava la mattina, con gli occhi ancora pieni di sonno, a casa di sua madre.
E la ritrovavo ancora lì, quando tornavo da scuola.
Era mio il compito di lavare i piatti.
E con loro la giara.
Quando la prendevo in mano era ancora calda, segnata dalla cenere e dal carbone.
La tenevo fra le mani prima di sentirla crepitare al contatto con l'acqua fredda.
E guardarla da rossa diventare marrone.
Sembrava bevesse, si dissetasse dopo un'intera mattina trascorsa al calore del fuoco.
C'era anche un posto preciso dove mi piaceva metterla a scolare.
Sul davanzale della finestra.
Tra i gerani rossi e rosa.
Ho sempre pensato che i gerani di mia nonna fossero quelli più profumati, anzi, gli unici che profumassero.
Non di polline, piuttosto di terra e foglie.
Ripercorrere verso casa una strada familiare.
Camminare sulle pietre sconnesse dei vicoli umidi e bui.
Verso casa.
Saltare sempre il gradino stretto che introduceva la piazza della frutta.
Infilare sempre il mio dito indice nella fessura fra il muro e lo stipite di una porta sconosciuta.
E fermarmi a guardare con la stessa curiosità, sempre, l'albero di fico nato tra le pietre.
E staccarne una foglia e spalmare il suo latte bianco e denso sul palmo della mia mano sinistra. Per Madama Fortuna.
Verso casa, tra le mura strette che sembrano rubarsi l'aria e il sole.
Tra l´odore dell'acqua insaponata, ancora bollente, buttata in strada e quello forte dei gatti e dei cani randagi.
Camminare svelta fischiando in salita, convinta che fosse meno faticoso così, innescando puntualmente una lotta persa in partenza contro una grossa stalattite di ghiaccio che pendeva in inverno dal tetto della madre di mia madre.
Nessuna pietra è mai riuscita a colpirla, solo la pioggia la faceva scomparire, per poco.
O la primavera.
Un bicchiere colmo di acqua gelida e poi la corsa su per le scale fino alla finestra da cui potevo scorgere la casa da cui provenivo e segnare col dito il tragitto fatto e abbracciare con lo sguardo, un piccolo sguardo, un posto dove ora vorrei tanto tornare.
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il mercoledì è un giorno meraviglioso!
mercoledì 16 settembre 2009
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti".
Prima che nascesse Elisa ogni giorno era uguale all'altro, ciò che accadeva di giovedì poteva accadere anche di martedì o domenica. Ciò che faceva ogni momento somigliante all'altro era il suo poter essere indifferentemente "ora" o "più tardi".
Elisa ha bisogno di riti. Ed io con lei.
La mattina si sveglia e ci chiama con la sua voce morbida che rende anche gli strilletti della fame tenui. Ci chiama e ci aspetta nel suo lettino pancia in sù.
Io mi avvicino lentamente e intanto le auguro buongiorno, lei mi sorride appena il mio volto fa capolino dal paracolpi e afferra, non appena gliela porgo, la mia mano per sollevarsi.
Poi la prendo in braccio e assieme salutiamo le apette, le pecorelle appese al lampadario, la gufetta dalle piume dondolanti.
E sono cento meravigliati e meravigliosi sorrisi.
Sono riti da assaporare al mattino, ogni mattino, da gustare lentamente come si farebbe con una fetta di crostata di uvaspina.
Verso mezzogiorno comincio a preparare il mio cuore a quello spettacolo buffo che è il pranzo: Elisa gioca nel box; mastica qualsiasi cosa si trovi a portata di mano; io la sollevo e le chiedo se le vada di preparare la pappa assieme; lei sgambetta felice e agita le manine fino a quando non prende posto sul seggiolone. Le note di Pippo, che, non lo sa, ma quando passa ride tutta la città, profumano di carota e zucchina, olio buono e parmigiano. E niente è mai stato più saporito.
Prima che nascesse Elisa, ogni giorno era uguale all'altro, ciò che accadeva di giovedì poteva accadere anche di martedì o domenica. E pochi giorni, perché straordinari, assumevano una valenza poetica e indimenticabile. Sembravano quelli i giorni da ricordare, inusuali, speciali.
Non conoscevo l'importanza del rito e non sapevo mai a che ora preparare il mio cuore.
Adesso lo so. E godo della dolce, confortante, attesa di essere felice.
(La citazione iniziale è tratta da Il piccolo principe di Saint-Exupéry)
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barbara
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Volli, sempre volli, fortissimamente volli.
martedì 15 settembre 2009
Sono laureata ormai da quasi 10 anni. Prima di laurearmi non aspettavo altro che il momento in cui avrei potuto sentirmi autonoma, capace di badare a me stessa; come se fosse stato implicito concludere un percorso fatto di studi e sacrifici e ritrovarsi in un contesto soffuso e accogliente. Vivevo l'illusione che solo l'ingenuità dell'età e la certezza di essere preparata possono dare. Un mix pessimo giacché ho amaramente scoperto quanto, invece, poco conti la preparazione (anzi, in certe occasioni è un malus) e quanto amaro sia il sapore della disillusione e del disincanto.
Smarrita e, al solito, frenetica, mi ritrovo a considerare l'ipotesi di iscrivermi di nuovo all'università.
E nonostante il costo dell'iscrizione, nonostante il tempo che avrei dovuto impegnare ancora una volta nello studio, nonostante avessi trovato, nel frattempo, un lavoro (che a riconsiderarlo ora non era poi così male), scelgo di iscrivermi di nuovo e studiare Lettere.
Nel giro di pochi mesi sostengo tre esami ottenendo ottimi risultati, poi rallento un po' ma continuo caparbia. E continuo caparbia anche oggi.
Stamattina cambiavo Elisa e mentre la cambiavo consideravo se portarla o meno al nido per il raffreddore che stanotte le ha impedito di riposare.
Consideravo questo e la possibilità di approfittare di questa mattinata per andare a iscrivermi all'Università.
Sono passati quasi dieci anni; da una città sono passata a un'altra; da quattro anni mi mancano 10 crediti (due mini esami), da almeno due anni studio per questi due esami e poi non vado a sostenerli. Intanto è nata Elisa.
Vorrei ritrovare la caparbietà di un tempo (quella vera, quella che include la costanza e rifugge l'orgoglio) e quella dolce illusione dell'impegnarsi per ottenere dei risultati; ogni mio istante ha assunto un valore oggi, e si tratta di un valore profondo. Ripenso ai colloqui per i quali sono troppo titolata; ripenso ai concorsi pubblici dedicati nei cui bandi mi sento soffocare imprigionata, senza scelta.
Se riuscissi a concludere questo mio secondo corso di studi regalerei a me stessa una gratifica e leverei dalle mie spese una voce importante e ormai fissa. Avrei qualcosa in più da raccontare alla mia bambina e di cui andare fiera; e smetterei di essere una pedina nell'ingranaggio farraginoso dell'istruzione italiana.
Ma metterei un punto; dovrei crescere, ancora e ancora una volta.
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barbara
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in fact. I didn't know that cats could grin...
lunedì 14 settembre 2009
Non ricordo quanto tempo fa, di preciso, io abbia scoperto Pet Society, uno dei giochi più famosi della PlayFish su Facebook.
Per chi non lo conosca si tratta di una sorta di Tamagotchi in grande: si crea un Pet (un cucciolo) il quale vive in una propria casa (con giardino), indossa vestiti, prende parte a delle gare sportive ecc.
A differenza del Tamagotchi questo cucciolo non muore mai. Del Tamagotchi ci si doveva prendere cura, sfamarlo, pulirlo. Il Pet, invece (sebbene se non lo si lava si riempia di mosche ronzanti), puoi lasciarlo lì a languire di fame anche per mesi; al tuo ritorno sarà allegro come se vi foste separati un giorno prima e subito pronto a uscire di casa per far compere!
Perché quei furbastri della Playfish sono dei geniali intenditori dell'animo umano e lo sanno stuzzicare per bene. Il Pet ha una propria casa, vuota, da arredare con mobili e accessori vari che può personalmente acquistare con i soldini che si è guadagnato scommettendo alle gare, gareggiando egli stesso, andando a trovare gli amici.
Perché sì, e questo è ciò che mi turba, Pet Society ti suggerisce un'immagine dell'amicizia che non è propriamente quella che vorrei riuscire a infondere a mia figlia: se vai a far visita ai tuoi amici ti pagano. Non vai per fare due chiacchiere, per ridere, per giocare a monopoli. Vai un momento, ti fai un giretto per le loro case (così sale anche l'invidia e vai subito a comprare dei mobili più belli) guadagni 20 o 30 monete e te ne vai.
In fondo, però, si tratta di un gioco al quale mia figlia è ben lungi dal giocare. Non c'è nessuna ragione per cui io mi senta in pensiero; nondimeno è un gioco con milioni di partecipanti ed è certo specchio della contemporanea tendenza al consumismo sfrenato, il che, sì, mi preoccupa.
Inoltre, da qualche tempo, in tutti i giochi PlayFish è possibile acquistare monete da pet con monete da uomini. E, per assurdo, gli oggetti che si possono acquistare con i soldi veri costano tanto di più quanto più sono inutili. Anche questo è sconfortante. Nel senso che se vuoi comprare un ferro da stiro lo paghi 100, se vuoi un cuscino per il divano 3000.
Io tremo al pensiero del momento in cui Elisa avrà l'autonomia per accedere a questo tipo di "passatempi" e subire, inconsciamente, la pressione di una società in cui tutto si può comprare, in cui ogni cosa che si fa deve rendere qualcosa, altrimenti non vale la pena farla; tremo dinanzi a questi specchi profumati e brillanti di un'umanità alienata che per certi versi esiste realmente e dalla quale, fortunatamente, in qualche modo, ma non so ancora come, potrò cercare di proteggerla.
Perché continuo a tenere in vita il mio pet? In fondo potrei semplicemente eliminare l'applicazione e scomparirebbe... Perché le mie giornate sono dense e piene di cose utili. E ho bisogno di qualche inutilità di tanto in tanto; ho bisogno di poter perdere cinque minuti al laghetto virtuale con il mio casual e sorridente pet, e sia mai che prima o poi riesca a pescare uno dei bellissimi pesci geneticamente modificati a forma di zucchina...
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A ciascuno la sua platea
domenica 13 settembre 2009
È la capacità di non muovermi dalle decisioni prese che sostanzialmente mi manca.
Trito e ritrito pensieri e opinioni ma alla fine medio con me stessa e cerco punti di contatto.
Qualche tempo fa questo non sarebbe avvenuto; qualche tempo fa io non sarei indietreggiata davanti a nulla, anche dinanzi alle palesi, ingiuste discriminazioni e preferenze.
Oggi, invece, mi ritrovo a far pace con il lato battagliero del mio carattere, a sedarlo, nonostante siano tante le occasioni, in questi ultimi mesi, in cui io sia stata mortificata o sottovalutata.
Ed è davvero, davvero, tutto molto più semplice.
Lasciamo stare il risvolto biliare che questo atteggiamento comporta e che prima o poi si riconquisterà una via di fuga e tornerà allo scoperto; lasciamolo da parte e concentriamoci sul fattore quieto vivere; è sorprendentemente, comodamente e semplicemente facile!
È semplice sorridere sornioni a delle affermazioni che dentro ti fanno ribollire il sangue, è facile annuire e dire cose senza alcuno spessore e ottenere consensi dal tuo interlocutore. E so il perché di tutto questo. Ma vorrei arrivarci un gradino alla volta.
Quando ho scoperto di essere incinta, volente o nolente, ho avuto un po' più cura di me stessa. Nel senso che la mia naturale tendenza alla "lotta" per le cose in cui credo (e non si tratta di massimi sistemi, quanto piuttosto del perché comprare biologico o meno, per esempio...) o alla difesa delle mie personali convinzioni, ha lasciato il passo, lentamente ma inesorabilmente, a una tendenza al "lasciar correre" che non mi apparteneva (e sostanzialmente non mi appartiene). Credo sia naturale e atavico: impari a proteggerti. E così è stato ancora più incisivamente quando Elisa è nata. E da allora (vuoi anche per una maggiore attenzione ai bisogni e alle necessità della bimba) la "tolleranza" si mantiene stabile.
Lasciando sempre da parte i livelli di bile.
Il pugno di ferro in guanto di velluto di cui parla Obama; forse si tratta proprio della stessa cosa, in grande e in piccolo.
Se ve ne parlo ora è perché stamane, appena sveglia, ho riletto dei versi di Prévert cui sono molto legata e che stanotte mi ronzavano in testa.
Ha messo la sua testa il domatore/nella gola del leone/io/ho infilato due dita solamente/nel gargarozzo dell'Alta Società/ed essa non ha avuto il tempo/di mordermi/Anzi semplicemente/urlando ha vomitato/un po' della dorata bile/a cui è tanto affezionata/Per riuscire in questo giuoco/utile e divertente/Lavarsi le dita/accuratamente/in una pinta di buon sangue/A ognuno la sua platea.
Comunque, dicevo, è stato ed è semplice perché, banalmente, la gente (la maggior parte della gente) non ascolta. Non serve a nulla dibattere con alcuni perché, ancorati al proprio punto di vista, non prestano alcuna attenzione al tuo. E allora, arrabbiarsi non serve, soffrire nemmeno, rimuginare tanto meno. Che sia un "no!" deciso o un "eh già!" sorridente non cambia nulla perché tanto taluni ascoltano solo la propria voce e se hanno qualche reazione ai "No!" è semplicemente perché nel dire "no!" il tono necessariamente si alza e un po' scuote. È una questione di toni non di significati.
Alcuni sono incantati dalla propria voce. E beati loro.
E beata me che ho più tempo da dedicare a coltivare il mio punto di vista e più serenità da infondere alla mia bimba.
A ciascuno la sua platea. E a me la mia ristretta, dolce, confortante platea degli affetti.
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Il fiore più felice è il fiore senza radici
sabato 12 settembre 2009
Lo slogan è: le donne non sono tutte uguali. E meno male che ce lo dice Miss Italia e che ce lo ribadisca il suo Patron, che poi quest'anno è una Patron"a".
Il femminismo raggiunge quest'anno, con Miss Italia, dopo mesi di escort, feste e festini di dubbio gusto, il suo apice. Ho scoperto che finalmente a condurre la manifestazione sarà per la prima volta una donna.
Straordinario; parlano proprio di eccezionale eccezionalità; fino a ieri le ragazze (divise, apprendo, in categorie quali "le romantiche" e "le vamp" tanto perché le donne, come da slogan, non sono tutte uguali) erano sapientemente guidate da uomini; alcuni anziani, altri più giovani, con la Miss uscente che, fortunata lei, faceva da valletta; con giudici uomini che restavano senza parole dinanzi alle splendenti fanciulle di turno e qualche donna che, meno male, individuava senza difficoltà le più piccole tracce di cellulite e puniva sottolineando in diretta i difetti. Spietate le giudici, ma all'occhio dell'esperienza non si può sostituire nulla.
Però, meno male che ci sono le donne che ancora sanno guardare ad un romantico tramonto con occhio sognante (e sull'uso improprio e a piene mani del termine "romantico" ci sarebbe da discutere giacché nulla ha a che vedere con il mellifluo languire davanti a un tramonto lo stracciarsi il cuore del Romanticismo), perché io a vedere mia figlia neonata che da nervosetta di stanchezza diventa placida e silenziosa davanti alle selezioni delle miss mi sento dentro delle per niente tranquille Sturm e Drang pur avendo di fronte la cristalliera di casa e non il tramonto.
Sono un po' stanca, decisamente stanca, di questo stucchevole brillio che si riflette nelle vite di ogni giorno, anche nella mia, per quanta resistenza io possa fare a che avvenga.
Sono stanca delle iperboli, delle giulive star che illuminano un così pesto orizzonte.
Vorrei un po' di verità; ho bisogno di spessore, come quando Elisa cerca con smania qualcosa di consistente da mordere per trovare sollievo dai dentini che spuntano. Ecco, vorrei che mi si offrisse qualcosa di gustoso e saporito, non della stopposa plastica di vento (merci Sacha).
E forse potrei sentirmi meno diversa, non trasandata ma naturale, non modesta ma semplice, e potrei smetterla di sentirmi in colpa per essere, per sentirmi, libera. Magari non mi dispiacerebbe nemmeno essere un albero tra gli alberi, piuttosto che sognare di sradicarmi dal contesto, e non mi peserebbe di affondare le mie radici in una fertile terra.
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Uomo dell'aria, tu colora col sangue le ore sontuose del tuo passaggio fra noi
venerdì 11 settembre 2009
Si avvicina il giorno del mio ritorno in ufficio. Non ci saranno più le mie colleghe; non ci saranno più le pause caffè, le chiacchiere, i sorrisi. E io sarò disabituata agli ambienti vuoti di calore e pieni di tracotanza.
Il pensiero del ritorno mi smarrisce; vorrei dilatare il tempo e concentrare in questi ultimi giorni la sensazione di leggerezza che per tutti questi mesi ho lasciato che mi scivolasse addosso inconsapevolmente.
Elisa va all’asilo. Da ormai 4 giorni trascorriamo qualche ora assieme ai bimbi e alle maestre del nido. È disarmante osservare da un angolo, in disparte, come la propria bambina sia in grado di sentirsi a proprio agio, di sorridere, mordicchiare tutto quello che le capita a tiro, lallare allegra.
È disarmante e commovente al contempo. Vivo dei momenti di profonda e intima emozione; e ogni volta, sempre, quando le maestre mi guardano e si complimentano per la serenità, l’autonomia e la sicurezza che la mia bambina dimostra sento come un calore dolce e allo stesso tempo imbarazzato che mi avvolge gola e cuore. Gli occhi mi si velano di lacrime e non posso fare a meno di sorridere incantata.
Ma cos’è che mi incanta? L’allegra vocina della mia bimba? La gonfia soddisfazione di aver fatto bene, di essere riuscita in quello che un annetto fa ritenevo impossibile? La leggerezza del pensiero, di poter essere tranquilla perché tutto andrà bene?
Oppure resto incantata dal tenue azzurro di questi giorni con lei, con Massimo, con le mie rassicuranti pareti?
Temo il disincanto, temo di spezzare un’armonia faticosamente costruita con sacrifici e dedizione; temo di rompere un equilibrio e m’immagino funambola, novella Petit, su un filo sottile e teso; ardita e sicura ma con un bilanciere stracarico da emozioni e timori che rende il mio passo ardito tentennante, e mi blocca a mezz’aria, sospesa tra quello che sono e quella che probabilmente dovrei essere.
Mi smarriscono l’indifferenza, le risposte scontate. E mi smarrisce l’assenza.
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Ma misi me per l'alto mare aperto
giovedì 10 settembre 2009
A dicembre andremo a New York; per una settimana. Lo progettiamo da almeno due anni.
Andare oltreoceano ha sempre avuto una valenza onirica per me ed è sempre stato il simbolo di un passaggio che non è solo dalla riva di un continente all’altro, quanto piuttosto da una sensazione di ovattata tranquillità a una di curioso straniamento. Un rito di passaggio, propriamente un viaggio.
Ma i confini non sono solo ideali, sebbene per certi versi il concetto di entrata e uscita da un Paese lo sia. Ci sono dogane, ci sono frontiere concrete e palpabili da superare.
E per varcare questo tipo poco incantato di soglie è necessario il passaporto.
Quello di Massimo era scaduto, il mio da fare ex novo; Elisa ha sei mesi… sarà iscritta su uno dei nostri passaporti...; così immaginavo.
E invece no. Per andare negli Stati Uniti d’America è necessario che la bimba abbia un passaporto proprio. La cosa mi lascia perplessa per la tenera età della frugoletta e per il rimanere, comunque, in uso la tradizionale iscrizione sul passaporto di uno dei genitori dei figli minori.
Tralasciando il costo di ogni passaporto, la grottesca curiosità che mi ha indotto a scriverne è che sul passaporto va apposta una foto vidimata dall’ufficiale e vanno precisate le caratteristiche fisiche del soggetto. Massimo ha gli occhi marroni, io quasi neri, Elisa grigi. Io ho i capelli castano chiaro, Elisa è alta 75 centimetri.
Ogni passaporto è valido 10 anni. Meno male, con quello che costa. Ma mi sono chiesta, e ho chiesto conferma: la foto sul documento di Elisa rimarrà questa in cui lei ridacchia girando la testolina e guardando verso la tenda a strisce?
Sì.
E fino all’età di dieci anni sarà alta 75 centimetri, nonostante io possa dirmi certa del fatto che crescerà fino a superare abbondantemente il metro.
Grottesco.
Ma (legittimamente) ci metteremo comunque per l’alto mare aperto, per sentirci un po’ Odisseo e per cercare di afferrare l’ineffabile senso di libertà che un volo così lungo e una terra straniera potranno regalare alla nostra bambina; e che, certamente, nei nostri ricordi assumerà il senso di una fiaba. Noi tre spinti dalla forza di Eolo, muniti di passaporto, comodamente seduti sul carro del sole.
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barbara
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L’uscita mattutina, mia e dell’Annina
mercoledì 9 settembre 2009
Qualche giorno fa ero dal panettiere; sublimata dalle fragranze e da pizzette invitanti, sulle prime non ho fatto molto caso alla discussione in atto con una cliente. Lui giovane uomo sulla quarantina, lei anziana signora sulla settantina.
L’argomento della discussione era “come la nostra vita da italiani sia resa difficile, e peggiore, dagli immigrati”.
Il giovane uomo forse era stato appena mollato da una bella cingalese perché aveva proprio il coltello tra i denti, l’anziana signora cercava di portare avanti una pallida difesa di “queste che sono comunque delle persone garbate”.
Decido di non intervenire, di solito mi impiccio ma quella mattina non ne avevo voglia e, soprattutto l’odore del pane mi aveva messo appetito e quando ho fame sono meno sveglia del solito.
Però, a un certo punto, in mezzo a un sacco di castronerie, sento questa affermazione: “e poi, questi ci rubano il posto agli asili nido, i posti agli asili nido comunali li prendono solo loro”.
Allora, io so che non è così! A questo punto intervengo e affermo, stranamente con pacatezza, che la mia bambina, pur non essendo extracomunitaria, sebbene sia figlia di migranti, è stata accettata all’asilo comunale e che il criterio di assegnazione dei posti è quello di favorire le madri che lavorano (gli asili nido sono nati per questo). Considerato il fatto che la maggior parte degli immigrati un lavoro non ce l’ha o se ce l’ha non ha la possibilità di dimostrarlo, ecco che, per assurdo, gli asili nido sono assolutamente, sebbene non del tutto, popolati da bimbi italiani.
Non a caso succede che nello stesso quartiere (Elisa frequenta il nido di fianco alla famosa “Carlo Pisacane”) quando gli immigrati hanno il diritto di iscrivere i propri bambini alla scuola dell’infanzia (o scuola materna) e poi alla scuola elementare, a quel punto i bimbi italiani scappano verso scuole “migliori”, verso il Pigneto e gli immigrati restano alla Marranella, portando le statistiche sui giornali.
Considerato che la mia era un’oggettiva verità maturata da un’esperienza diretta non mi sono fatta invischiare nella polemica, non ho comprato nulla e sono andata da un altro panettiere che, però, non aveva le pizzette (ah! il prezzo della lotta sociale!).
Questa discussione mi ha fatto ripensare al giorno dell’incontro con i genitori degli altri bimbi del nido. C’erano genitori di tutti i tipi (sono per natura curiosa, quindi osservo) ma una coppia mi ha colpito sopra a tutte (ahimè stranieri): lei vestita con un abito vaporoso, i tacchi e con un’acconciatura e un trucco da sera; lui con abito da cerimonia e cravatta; la bimba con un vestitino di tulle e seta color panna e le scarpine di seta anch’esse.
Sulle prime ho pensato che avessero caricato quell’incontro di un tale significato da pensare necessaria un’eleganza fuori contesto.
Poi, imbeccata dalla mia disincantata sorella che mi accompagnava, ho pensato a una seconda opzione (che sarebbe confermata dal loro andar via in netto anticipo rispetto alla fine dell’incontro) e cioè che il giorno prima avessero battezzato la bimba e avessero tirato tardi e visto che c’erano…
Non saprei, di certo ho ripensato a dei versi di Caproni su una certa Annina:
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.
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barbara
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il ritardo, cronico, del mio cuore
martedì 8 settembre 2009
Sebbene molti dicessero il contrario, quando ho scoperto di essere incinta non ho sentito quel calore soffuso che dovrebbe avvolgere tutte le future mamme, mi sono sentita confusa, sorpresa.
Sebbene molti dicessero il contrario, non mi sono sentita “mamma” nemmeno quando ho sentito per la prima volta battere il suo cuore, mi sono sentita incuriosita, allegra.
Non "mamma".
E questo, sì, mi ha reso trafelata; non frenetica, piuttosto impaziente di essere pervasa da questo senso di completezza che dà la maternità.
E ansiosa, in affanno, per il ritardo cronico del mio cuore.
Poi la mia bimba è nata; il giorno del mio compleanno, con due settimane di ritardo mi si sono rotte le acque. Un compleanno ben strano, una sorpresa davvero tale.
E il giorno dopo ecco Elisa; lo sguardo profondo, il visetto tondo, le manine curiose.
E perché quel giorno oltre che nella mia mente rimanga, oggi ho deciso di fermare i miei pensieri qui, tra le pagine di questo blog, per condividerli; perché, come con Elisa, è condividendo che davvero si è e non semplicemente “ci si sente”.
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