Oggi l'ipocrisia borghese del nostro paese mi irrita. E questa irritazione mi indurrebbe a scriverne e sfogarmi; le uniche parole che mi ronzano in testa, però, sono quelle di Claudio Lolli, allora canto e vi lascio qui questa canzone che tanta parte ha avuto e ha nella mia vita.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Sei contenta se un ladro muore se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui tieni stretti i denari tuoi
assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica vestita a festa con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue Chiese in ogni città, in ogni paese.
Presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria
cosi grigia così per bene, ti porti a spasso le tue catene.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Godi quando gli anormali son trattati da criminali
chiuderesti in un manicomio tutti gli zingari e intellettuali.
Ami ordine e disciplina, adori la tua Polizia
tranne quando deve indagare su di un bilancio fallimentare.
Sai rubare con discrezione meschinità e moderazione
alterando bilanci e conti fatture e bolle di commissione.
Sai mentire con cortesia con cinismo e vigliaccheria
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana
chi lo fa per più di due ore, chi lo fa in maniera strana.
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista
oppure un figlio non commerciante, o peggio ancora uno comunista.
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto
sempre lì fissa a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto.
Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa
sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.
Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia
per piccina che tu sia il vento un giorno ti spazzerà via.
Claudio Lolli
Vecchia, piccola, borghesia
domenica 25 ottobre 2009
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barbara
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Ben sola e ben nuda, senza miraggio, porto la mia anima
giovedì 22 ottobre 2009
Ciò che vivo è accaduto prima d'ora e accadrà di nuovo.
Prendere in mano, figuratamente, una penna e scrivere.
A volte è l'unica cosa che riesca davvero a riconciliarmi con il mondo. Con il mondo intero, anche quello che detesto anche quello che mi delude e spaventa.
Non correggo mai ciò che scrivo (se si tratta di scrittura intima), non ho bisogno di riflettere, non cerco le parole, soprattutto non cerco le parole giuste.
Probabilmente è per questo che quando metto il punto finale mi sento sollevata e libera. Probabilmente è una traccia della fiducia che in me ancora c'è verso le persone, nei confronti di chi legge.
Mettersi a nudo non è semplice. Il mio intimo pensiero si scopre e si mostra, nuda pelle, senza orpelli e maschere e io ne ricevo beneficio. E sono grata a me stessa per questo regalo che ogni giorno mi concedo; anche se a volte non basta. In certi giorni non è sufficiente.
E mi sento esposta all'aria ma senza alito di vento, tutta intorpidita dal freddo, immota. Nella nebbia greve del crepuscolo, quella carica di bruma, quella che si posa leggera sui panni che indosso, sulla pelle, e senza lasciare che me ne accorga mi bagna e si raffredda. E mi gela, fino alle ossa.
Altri giorni un senso di ferina allerta mi protegge da sguardi e parole che lambiscono il mio volto, che blandiscono con lusinghe, che aggrediscono con il tono crudele di chi si ritrova con le spalle al muro e nell'atto di salvarsi la pelle cerca di strappare quella altrui.
Chi sono io? Che cosa sono? Non lo so. So cosa non sono e questo mi rassicura e abbraccia.
Vorrei riuscire a cesellare me stessa. Ornarmi di incisioni eleganti e raffinate; abbellirmi con vittoriani orpelli. E invece inseguo la mia semplicità con cautela, ne ripercorro le tracce per sentieri ripidi e sassosi. E la ritrovo, sempre, in agguato, con i sensi allerta a qualsivoglia mio tentativo di mascherarmi e mi scopre, mi sorprende e mostra. E io, come una fiera, alzo la fronte al cielo e strappo alla nebbia qualche refolo fresco, qualche intenso respiro.
Il titolo è un verso di Ungaretti
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barbara
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Un'anima si fa senza più peso
lunedì 19 ottobre 2009
Il senso di smarrimento che la mattina avvolge i miei pensieri non andrebbe confuso con l'assonnato e intorpidito risveglio dei sensi. Invece così accade. Accade perché io preferisco che accada, perché spesso opto per una parvenza canterina e briosa. Per una forma tonda che nulla a che vedere ha con quella triangolare che, invece, mi ritrae e rappresenta.
Accade perché sono convinta (e l'essere certi è una condizione che inseguo e alla quale anelo sempre) che lavorando sulle cose, su tutto anche sulle sensazioni e sui pensieri, si possano ottenere risultati, sebbene sulle lunghe distanze, pregevoli.
Allora briosa saluto Massimo, saluto Elisa e corro incontro all'autobus che mi porta in ufficio. Con passo svelto e cadenzato risalgo quella dolce collina che dal Verano porta alla Sapienza. Mi guardo attorno, tengo d'occhio e considero l'andamento della moda valutando le mercanzie esposte sulle bancarelle (sono tornate di moda le kefiah, ma rivisitate in un orrendo connubio tra la svalutazione della carica storica di questo indumento e i temibili anni ottanta), una ragazza dallo sguardo perso mi tende meccanicamente un volantino sperando che io abbia bisogno di un finanziamento a tasso ridotto e io lo prendo, non perché ne abbia bisogno, ma perché so che sarà pagata in base al numero di volantini distribuiti e non sopporto il carico di quello sguardo annoiato. Appallottolo il volantino e lo conservo in borsa, poi mi fermo al semaforo. Diversi ragazzi passano col rosso, velocissimi, accelerano e raggiungono un'andatura che lascia intendere una fretta da coniglio bianco, per poi, una volta attraversato, raccogliersi in capannelli e ciondolare. Sorrido e attraverso, col verde.
In ufficio arrivo sempre per prima. Infilo la chiave nella toppa, apro la porta, entro e m'investe un grigiore che è di aria stagnante e penombra.
Apro tutte le finestre e un'aria gelida mi avvolge insinuandosi nei miei occhi e nel mio cuore, ma non importa.
Sulla mia scrivania degli appunti malamente interpretabili.
Qualcuno ha rotto il vetro della finestra della mia stanza. C'è un enorme buco. Lavoro con il cappotto, ho le mani ghiacciate.
la frase del titolo è di G. Ungaretti
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barbara
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13:59
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Where Smiles Are Born
sabato 17 ottobre 2009
Pare che la sesta malattia sia la sorellina minore tra le esantematiche. Mi chiedo adesso, dopo che è passata, cosa ci attenderà quando arriveranno le maggiori?
Si tratta al massimo di 5 giorni di febbre altissima e sfoghi. E altrettante notti.
Notti sdraiata con l'orecchio teso a qualsiasi rumore sospetto (perché mai, in nessun caso, si cederebbe al principio ormai da mesi consolidato dell' "ognuno nella sua stanza"). Ed Elisa che proprio in quei giorni scopre quanto sia simpatico e che bel ritmo possa avere il suono dei propri vispi piedini contro le assi delle sponde del lettino.
Quel tonc toncare nel pieno della notte per ingannare i momenti di veglia notturna tra una tachipirina e l'altra sortiva sempre lo stesso risultato: seduta ritta sul letto, il batticuore, scendi, cerchi le pantofole e non le trovi o peggio trovi quell'unica che la volta prima non trovavi, il che è davvero peggio perché l'incedere affrettato sarà traballante e rumoroso, potenzialmente esposto agli spigoli.
Arrivi, trafelata, e nella penombra ti accoglie un moccioloso e febbricitante sorriso. Elisa mostra come sia diventata brava in quelle ultime ore a battere i piedini sulle sponde del proprio lettino. Io la guardo, penso che sono le tre di notte e ho un occhio semichiuso. Lei scotta, ma nel sollevarla, comunque, afferra le apette della giostrina e parte il carillon che, sempre, conserva qualche giro di carica per i momenti più adatti e allora? Sarà giorno! Evviva! Perché non giocare all' "afferra e lancia tutto quello che c'è sul fasciatoio" mentre la mamma ci misura ansiosa la febbre?
La febbre è alta, altissima, il naso è tappato e la notte è ancora lunga, non è mattina.
La mamma se ne torna a star con l'orecchio teso nella sua stanza ed Elisa sonnecchia un po' fino a quando non sarà ancora il caso di regalarci qualche altro concerto a base di percussioni.
In orari speciali, per un pubblico selezionato ed esclusivo: noi!
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barbara
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Virtù da esposizione, opere splendenti e false
martedì 6 ottobre 2009
Faccio ogni giorno uno sforzo. Ogni giorno è uno sforzo tremendo. Sovrumano, sovramé.
Lo sforzo di impormi la calma, la calma del non pensiero, della noncuranza.
Sento gente che si lamenta con voce lagnosa di quanto sia difficile barcamenarsi con i conti, con la vita; e mentre sento (non ascolto) queste lagne, osservo chi parla e mi accorgo di alcuni dettagli; prendo nota.
Sulle prime nemmeno ricordo che cosa io abbia notato. Poi in certi momenti in cui devo scontrarmi con stipendi non pagati, con principali che schiacciano e annullano, con gli oggetti che invecchiano e si rompono, all'improvviso ciò che avevo appuntato mi torna alla mente e riconsidero gli anelli con brillanti, le scarpe, gli occhiali griffati. E mi monta la rabbia. E dimentico la calma del non pensiero, e va a farsi friggere la noncuranza. Non riesco a non sentirmi contrariata. Mi innervosisco e mi torturo mani, capelli e unghie.
La mia bambina sorride mentre le racconto di queste cose. Forse vorrebbe dirmi di quanto sia inutile che io rimugini. Forse nel mio timbro alterato legge contrasti che a me sfuggono. E mi intenerisce, mi rasserena il cuore. Allora sorrido. Ma ho paura. Ho paura di non riuscire a insegnarle come non si debba cedere né credere ai pietismi.
Alcune persone hanno la necessità di mostrarsi in difficoltà agli altri. Non per bisogno, per furbizia. Bisogna saper distinguere, è difficile. Io ci riesco, nella maggior parte dei casi, ma il processo che porta a questo disincanto è doloroso; il sentirsi cosciente dei piccoli, laidi inganni altrui umilia e lacera.
Ancor più doloroso è il cercare di non curarsene, il cedere ai compromessi, il sentirsi incapace di essere sé stessi e fingere.
Oggi sono stanca. Oggi non sopporterei alcun sorriso. Eccezion fatta per quelli, splendidi e veri, della mia bimba.
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barbara
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