Un'anima si fa senza più peso

lunedì 19 ottobre 2009

Il senso di smarrimento che la mattina avvolge i miei pensieri non andrebbe confuso con l'assonnato e intorpidito risveglio dei sensi. Invece così accade. Accade perché io preferisco che accada, perché spesso opto per una parvenza canterina e briosa. Per una forma tonda che nulla a che vedere ha con quella triangolare che, invece, mi ritrae e rappresenta.

Accade perché sono convinta (e l'essere certi è una condizione che inseguo e alla quale anelo sempre) che lavorando sulle cose, su tutto anche sulle sensazioni e sui pensieri, si possano ottenere risultati, sebbene sulle lunghe distanze, pregevoli.

Allora briosa saluto Massimo, saluto Elisa e corro incontro all'autobus che mi porta in ufficio. Con passo svelto e cadenzato risalgo quella dolce collina che dal Verano porta alla Sapienza. Mi guardo attorno, tengo d'occhio e considero l'andamento della moda valutando le mercanzie esposte sulle bancarelle (sono tornate di moda le kefiah, ma rivisitate in un orrendo connubio tra la svalutazione della carica storica di questo indumento e i temibili anni ottanta), una ragazza dallo sguardo perso mi tende meccanicamente un volantino sperando che io abbia bisogno di un finanziamento a tasso ridotto e io lo prendo, non perché ne abbia bisogno, ma perché so che sarà pagata in base al numero di volantini distribuiti e non sopporto il carico di quello sguardo annoiato. Appallottolo il volantino e lo conservo in borsa, poi mi fermo al semaforo. Diversi ragazzi passano col rosso, velocissimi, accelerano e raggiungono un'andatura che lascia intendere una fretta da coniglio bianco, per poi, una volta attraversato, raccogliersi in capannelli e ciondolare. Sorrido e attraverso, col verde.

In ufficio arrivo sempre per prima. Infilo la chiave nella toppa, apro la porta, entro e m'investe un grigiore che è di aria stagnante e penombra.

Apro tutte le finestre e un'aria gelida mi avvolge insinuandosi nei miei occhi e nel mio cuore, ma non importa.
Sulla mia scrivania degli appunti malamente interpretabili.
Qualcuno ha rotto il vetro della finestra della mia stanza. C'è un enorme buco. Lavoro con il cappotto, ho le mani ghiacciate.

Allora mi stiracchio, prendo un caffè, cullo il mio torpore e, contraddicendo me stessa al contempo mi auguro che questi miei sensi assonnati e intorpiditi possano risvegliarsi. E sorrido.

la frase del titolo è di G. Ungaretti

3 commenti:

Anonimo ha detto...

che tristezza...
(la situazione dell'ufficio descritta, non il post)
A.

Anonimo ha detto...

almeno ti sforzi di un avvio brioso, anche se qualcuno o qualcosa lo ammazza presto. Non ricirdo che tra il Verano e La sapienza ci sia una dolce collina. E per forza arrivi sempre prima tu in ufficio!

barbara ha detto...

La Sapienza si adagia mollemente sul fianco di una collina... dal Verano all'ufficio c'è una bella salitona a me nota come via del Castro Laurenziano. :P

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