Non mi muovo, non prego, non piango

giovedì 30 settembre 2010

Nei momenti d’urgenza, nei momenti di dolore, cambio. Il mio sangue si fa ingranaggio, i miei muscoli scattano sferragliando, la mia mente diventa un sistema binario.

Qualche giorno fa parlavo con delle amiche della fuggevolezza dei ricordi. È necessario fissarli, quanto più possibile rischiararli. Ne cercavo qualcuno e si è affacciato prepotente questo.

Non mi muovo, non prego –non conosco Dio- non piango; ricordo.

È mattino, il telefono squilla, io rispondo. È mio padre. Mio padre delega sempre mia madre alle telefonate quotidiane, se chiama ha un motivo e quel motivo deve essere urgente. Il tono è quello classico di mio padre: molto profondo, chiaro, senza strascichi. “Il nonno è morto” mi dice “quando parti?”.

Parto quello stesso pomeriggio, è inutile che io risponda. Lo sa.

L’autobus puzza dell’aria secca risputata dalle aspirapolvere. L’hanno pulito di recente. Non c’è nessuno seduto di fianco a me. Provo a distendermi ma ormai la trasformazione ha avuto luogo: sono meccanica, rigida. Rimango confinata sul mio sedile, le mani sotto alle cosce, lo sguardo fisso al finestrino. Sono sette ore; passeranno in fretta.

Quando scendo ho le gambe intorpidite. Mio padre mi aspetta, accenna un sorriso e mi abbraccia. Poi una volta in macchina gli chiedo “mamma è a casa?” e lui di rimando “No, è dal nonno… andiamo lì anche noi”. È dal nonno? Vorrei dirgli “papà, il nonno è morto” ma non lo faccio, mi limito ad aggiungere “Andiamo da nonna, chi altro c’è?” “Tutti” e mi guarda come se stesse ripercorrendo con la mente i volti dei suoi fratelli, dei suoi nipoti, di quelli che ci aspettano; e di suo padre. Lo leggo nei suoi occhi così nocciola da virare sul giallo. Chiari.

A casa di nonna la cucina è gremita. Dal soggiorno mi sfiorano e raggiungono dei sussurri lievi. Dovrei andare di là. E lo faccio. Mio nonno m’appare minuto, magrissimo; molto più magro di come lo ricordassi un paio di mesi prima. A coprirlo un velo bianco fermato, arricciato, in più punti. Do un bacio a mia nonna che sta lì seduta e tra tutte le cose che potrei dire chiedo come mai il velo abbia quei punti. Hanno cercato in tutti i negozi del paese un velo neutro, senza trovarlo. Questo era il migliore tra gli altri, aveva solo degli angeli qua e là, ma si poteva rimediare nascondendoli con qualche punto. Ora sembravano rose. Mio nonno non credeva in Dio. Non voleva croci o angeli. Rifuggiva i sacramenti. Era la persona più cristiana che abbia mai conosciuto. Le figlie più volte nei momenti più prossimi alla fine gli hanno chiesto se ci avesse ripensato, se avesse paura. Non ne aveva. Non ci ripensava.

Mi raccontano della forza di mio padre che era lì con lui quella mattina. La conosco, ne vado fiera. Le pareti sono fredde, m’appoggio ora sull’una ora sull’altra, la schiena rifugge. Ho i brividi. La cristalliera profuma di zucchero e miele. Una sensazione color ambra m’avvolge e ristora.

Torno a casa con mia madre per riposare qualche ora. Mio padre resta. L’indomani mattina le mie zie sono molto più turbate. Mi aggiro per le stanze con la mente vuota. Arrivano quattro uomini molto eleganti; devono chiudere la bara. Mi avvicino alla nonna, le dico di non guardare perché temo che poi non dimenticherà mai quell’immagine. Non guardo neanch’io, ma sento ed è lacerante.

Una bella bandiera rossa arriva in nostro aiuto, è come se alleggerisse l’aria, come se ci soccorresse. Risaliamo fino alla piazza e lì ci mettiamo attorno, in cerchio. La piazza è piena di persone, molte non le conosco. I singhiozzi delle mie zie rompono il silenzio. Io dondolo sulle gambe e mi mordo le labbra. Il sindaco racconta di che persona unica fosse mio nonno, della sua forza, della sua coerenza e del suo coraggio. Io ricordo i suoi modi fermi, la sua tenera premura.

La banda del paese intona l’Internazionale, seguiamo mio nonno, alcuni canticchiano altri sventolano le bandiere rosse. Io guardo i miei piedi. Il sole s’insinua tra le spalle della gente, supera le mie. Tocca ora un piede, ora l’altro, ritmico. Comincio a sentire.

“Devi prenderti cura dei defunti” mi dice mio padre qualche mese dopo. È vero. Al cimitero incontro mio zio, è indispettito da alcuni fiori di plastica che ha trovato sulla tomba. Li sta sostituendo con dei fiori freschi; è su una scala, gli porgo i miei. Nel farlo sollevo lo sguardo uno stormo di uccelli che non conosco mi rapisce. “Sono crocioni” mi dice mio zio "arrivano dal Nord Europa”. Io non mi muovo, non prego –non conosco Dio- non piango; ricordo.

Dalla finestra è entrata, come un ladro, la luna

venerdì 27 agosto 2010

Torno a scrivere. Stavolta mi ci vuole davvero; sono a casa in un torrido soggiorno, mucchi di libri aspettano una recensione che li gratifichi e consideri, Elisa, sdraiata sul tappeto, gratifica me con qualche "mamma!" squillante e risate buffe. Roma non è mai stata così inospitale.

Siamo stati in vacanza fino a pochi giorni fa; vacanze semplici, che potessero essere adatte alla bimba. Poteva essere una vacanza morbida, di quelle in cui torni a casa con un paio di chili in più, un'abbronzatura dorata e la mente libera. Così non è stato, non del tutto almeno.

Come la tessera che perde l'equilibrio nel serpente del domino, delle persone si sono introdotte nella casa delle vacanze, nel luogo assolato del riposo dal lavoro e dalla quotidianità, provocando in me una rovinosa caduta a catena.

Non mi interessano le cose o i soldi che hanno preso. Non mi interessa nemmeno del muro sventrato con cui devo ancora fare i conti qui a Roma (sì, hanno preso le chiavi e il documento, rubato una moto al vicino e si sono precipitati anche qui, sia mai che si limitassero a derubarci una volta sola...), quello che mi turba, ancora e a distanza di giorni, è la sensazione di precarietà che costoro mi hanno appiccicato addosso. Credo che molte altre volte dovrò addormentarmi con la sensazione che chiunque possa entrare nella mia casa e, senza che io mi accorga di nulla, prendere, violare, distruggere.
Così com'è andata è andata bene; me lo dicono tutti. Forse è vero; certamente lo è.

Massimo, nel suo spirito non convenzionale, mi suggerisce riflessioni sul valore nullo delle cose preziose e l'ossimoro mi intriga e convince; io, nei pomeriggi sulla spiaggia, quando il sole ostinato s'appuntava appena sull'orizzonte rifiutandosi di tramontare, sentivo la provvisorietà e la forza delle dune alle mie spalle. Il profumo dei gigli marini m'avvolgeva. Sulla spiaggia poche persone, Elisa e Massimo giocano sul bagnasciuga; si riflettono nello specchio della risacca che, come un velo di tulle, ricopre di lucentezza la sabbia. Non è immediato credere che dei fiori così effimeri e delicati come i gigli di mare tengano assieme i granelli finissimi di sabbia, riescano a dare un senso di stabilità a quanto di più provvisorio e instabile possa esserci.

Sento la forza delle dune alle mie spalle e so che non riuscirò a farmi ispirare dal confronto. Non ci sono gigli marini né artigli di strega a tenere assieme il mio cuore.


Dalla finestra è entrata
come un ladro, la luna,
e nella luna mi guardo,
seduto alla finestra.

Se bussassi alla porta,
ecco, certo uscirei,
e mi consolerebbe
se sapessi vedermi
nel furtivo sgusciare
via da questa finestra.

Ma qui dentro c'è un ladro
ed io temo davvero
d'essere proprio io
questo ladro che è dentro.

(Asaf Hâlet Çelebi)

Ricordiamoci di dar l'acqua al basilico

venerdì 18 giugno 2010

Riprendo a scrivere su questo mio blog e lo faccio alle 8.45. Elisa e Massimo sono usciti da poco. Oggi è l'ultimo giorno d'asilo. La tv è accesa; è strano. Va in onda Uno Mattina. La conduttrice femmina (mi si perdonerà la brutalità della distinzione ma per me in tv c'è il conduttore femmina e quello maschio; nessun'altra distinzione per me: e credo che, vista la loro professionalità, li scelgano con questo mio stesso criterio), la conduttrice femmina, dicevo, fa delle boccucce stupite e strette stupefatta dinanzi al profumo del basilico e, ancora, sbalordita alla sorprendente novità che le piante vadano annaffiate: "ohhhh!".

Sono stanca e quindi irritabile e la conduttrice femmina, poverina, non c'entra nulla. Mi dicono che dovrei trovare più tempo da dedicare a me stessa. Va molto di moda questo "tempo da dedicare a sé stesse"; per me ha assunto da un bel pezzo un sapore stantio e la consistenza di un cliché: nulla.

Oggi ho trovato del tempo per me stessa, finalmente, sono andata a passare due ore di relax dal parrucchiere, oppure a farmi coccolare dall'estetista, o (e qui siamo all'apice del cliché) in una Spa per il massaggio sensoriale.
Avevi due ore da dedicare al relax e hai deciso di trascorrerle nei fumi tossici di un salone da parrucchiere a sfogliare riviste il cui solo scopo è il disboscamento? Avevi due ore e sei andata a farti torturare dall'estetista (non so a voi ma a me la ceretta fa male...) o a cercare un legame con te stessa in presenza di un perfetto sconosciuto che ti suggerisce come le tue spalle abbiano bisogno del suo tocco?

Sono stanca e quindi irritabile e di conseguenza intollerante. Ciascuno passa il "tempo da dedicare a sé stesso" come gli pare.

Io per esempio amo passeggiare, ma non per le strade di Roma. Purtroppo per quanto splendide le strade della città in cui vivo non riescono a rilassarmi. Preferirei passeggiare in campagna ma il "tempo da dedicare a me stessa" dovrebbe essere almeno una mezza giornata. Allora, caduta l'opzione passeggiata, trascorro il mio tempo libero a ricordare.

L'esercizio del ricordo è molto piacevole, catartico persino. questa mattina sono in Calabria, nei vicoli stretti, mai bagnati dal sole, che portano a casa di mia nonna. È maggio, l'aria è fresca, il mio sguardo scorre, più veloce del passo, sui muri screpolati e in pietra. Non sono più le stesse pietre del tempo della mia infanzia ma la speranza di intravedere la tana del topino dei denti ancora non si spegne. Ostinati e incerti gli ombelichi di Venere s'abbarbicano alle crepe umide. Quando ero bambina si faceva a gara a chi trovasse la piantina con più bulbi tra le radici. Queste piantine ne hanno molti. Non mi ricordo se vincessi o meno, ci lasciavamo guidare da una sorta di istinto magico; certo eravamo ingenui giacché il numero varia a seconda della grandezza delle foglie... la mia di oggi ne ha 7. Scrollo qualche pezzettino di terra dalle mani. Sono arrivata.

Sorridi, che tu lo voglia o meno!

lunedì 15 marzo 2010

A un mese di distanza torno a trovare in questo mio piccolo spazio un po' di tregua.
Sono tornata ieri da una settimana di vacanza (splendida) tra la neve; la mia bambina ha imparato a fare l'urlo di battaglia di Geronimo; questa mattina ho visto l'alba bevendo un gustosissimo caffelatte. Eppure questo pomeriggio c'è stato qualcosa che mi ha turbata, innervosita, delusa.

Stavo tornando a casa con Elisa dall'asilo. Avevo sulle labbra dei granellini di zucchero rimasti lì grazie al caffè che le cuoche della scuola mi avevano appena offerto e che io avevo bevuto in maniera rocambolesca cercando di sfuggire alle mosse azzardate della bimba. Le avevo appena scoperte e succhiandole via ero concentrata, felice.

Sollevo la testa giusto in tempo per scorgere lo sguardo di un uomo scorrere velocemente dal passeggino a me, furbo. In braccio teneva una bambina di due, tre anni al massimo sudicia e stracca. La piccola si era addormentata sulla sua lurida spalla e lui con uno strattone e delle parole durissime l'aveva scossa: doveva mostrarsi allegra e vispa a me. Dopo lo strattone la mano tesa a chiedermi l'elemosina e la bimba in lacrime e poi scossa dai singhiozzi.

Rispondo male, mi allontano per poi fermarmi a controllare. La bambina continua a piangere e lui la passa in malo modo a una donna che lo seguiva a ruota con un passeggino stracolmo di oggetti vari tra i quali trovava posto un altro bambino.
Io non sono brava a mantenere la calma. Non so se per rabbia o perché fosse giusto così, ho preso il cellulare intenzionata ad avvisare i carabinieri. Solo che ho composto il numero sbagliato e ho raccontato inutilmente tutta la storia a un ragazzo che risponde al 118.

Quando ho riattaccato con un pugno di mosche in mano i quattro erano spariti.
Mi sento arrabbiata, impotente, sciocca e grigia.

compleanni

martedì 16 febbraio 2010

Questa notte non ho dormito molto. Risentivo della serata malinconica cui mi ero volontariamente votata. Oggi è il mio compleanno e, caso raro, ho tutti i miei parenti attorno. So bene che se sono qui così numerosi è soprattutto per Elisa che domani compie un anno, ma mi fa piacere pensare che siano qui anche per me.

In passato per i miei compleanni senesi ricevevo un biglietto con ben ripiegate dentro cinquantamila lire.
Le mettevo da parte per il cinema. Riuscivo ad andarci anche più di sette volte. Ce n'era uno in cui amavo andare da sola: il Cinema Nuovo Pendola.
Era vicino a casa mia. Stava in cima a una salita molto ripida, per niente amichevole come spesso sono le strade senesi, che, ingannevoli, ti accolgono e riparano tra mura calde di un morbido bruno, trascinandoti in sensazioni antiche e al contempo lasciandoti senza fiato, soffocato da aria umida e stantia.
Ci andavo da sola perché un tempo ero restia alla condivisione delle impressioni, preferivo appuntare su un taccuino lo sgomento lasciatomi addosso dallo scampanio celeste in coda a un film che ho amato molto, Le onde del destino, di Lars von Trier: decollamento di un re piuttosto che sua incoronazione.
Ascoltavo molto, mi facevo delle idee. Non so quando io abbia realmente iniziato a condividere o perlomeno a cercare di farlo.

Però sono contenta di averlo fatto.

Leggende d'inverno

martedì 2 febbraio 2010

Elisa ha una passione per Winnie Pooh, l'orsetto goffo e goloso nato dalla fantasia di Milne.
In questi ultimi giorni è un continuo loop di una storia incentrata sulla dolce consapevolezza che ogni periodo dell'anno, ogni stagione, ha qualcosa di originale e bello di cui godere.
Scopro così che il 2 febbraio è il giorno della marmotta, da decenni celebrato negli Stati Uniti e in Canada. Sulle spalle di una timida marmotta è un importante verdetto: verrà la primavera o l'inverno resterà freddo ancora a lungo?
La leggenda vuole che le marmotte abbiano la capacità di prevederlo grazie alla propria ombra. Basta, infatti, osservare la tana di una marmotta e aspettare che l'animaletto faccia capolino: se c'è il sole e vede la propria ombra gigantesca, proiettata davanti a sé sul terreno e si rituffa spaventata nella tana, allora la primavera è ancora di là da venire, al contrario se la giornata è nuvolosa e non c'è modo di vedere l'ombra allora presto sarà primavera.

Mi chiedo perché mia figlia debba essere informata o abbia la possibilità di conoscere questa simpatica tradizione statunitense e invece non esista un cartone che narri la storia dei giorni della merla.
Storia peraltro dolce, buffa e tipica. Ho provato a cercare un libro per bambini che la raccontasse, ma nessun becco giallo ha fatto capolino tra le pagine web e me ne dispiace.

A causa del freddo penetrante e del vento gelido una bellissima e bianca mamma merla (prima di quel giorno i merli erano bianchi) trova riparo per sé e i suoi pulcini in un camino tiepido e accogliente. Rimane lì al sicuro per tre giorni, poi, per rispondere al richiamo di papà merlo (bianchissimo anche lui) esce allo scoperto. Papà merlo stenta a riconoscerla! è tutta nera! Da allora i merli sono neri come la fuliggine.

Quindi grazie alla cara mamma merla ci ha con premura indicato i giorni più freddi dell'anno e, perlomeno qui a Roma, sembra averci azzeccato davvero. Questa bella giornata di sole fa ben sperare... chissà che ne dicono le marmotte!

Io e Giufà

venerdì 29 gennaio 2010

Questa mattina, nella sala d'attesa dell'allergologo, ho letto un libro di fiabe divertenti che mi distraessero dagli ipocondriaci pensieri che spesso affollano la mia mente. Più l'ansia cresceva, più leggevo distrattamente quando, a un certo punto, una fiaba mi è sembrata più familiare delle altre. Il protagonista, uno stolto credulone di nome Giufà, vendeva una tela tessuta dalla madre a una statua, pretendendo che questa lo pagasse. La storia si evolve in bene per il povero sciocco, ma la cosa che mi interessava non era tanto il destino di Giufà quanto piuttosto il fatto che ero ben certa di averne conosciuto almeno altre quattro varianti per mezzo di un cantastorie d'eccezione: mio nonno.

E in effetti lo sciocco protagonista delle fiabe che hanno popolato tanti miei pomeriggi d'inverno si chiamava Juved', nome assonante anzichenò, che, esattamente come Giufà, grazie, o a causa della sua stoltezza, vive delle belle avventure.
Confesso che imbattermi in questo personaggio in un momento così inaspettato mi ha alleggerito l'attesa e l'animo.

Quando ero bambina non dovevo insistere molto affinché mio nonno mi raccontasse delle storie, gli piaceva moltissimo farlo e sceglieva sempre storie buffe, da far ridere. Mia nonna prendeva qualche manciata di ceci secchi, scavava un cantuccio sotto la cenere del camino, vicino alla brace, ve li riponeva e li copriva. Intanto mio nonno s'aggiustava sulla sua sedia: a cavalcioni, con le braccia conserte appoggiate sulla spalliera. Nel giro di qualche minuto i ceci erano pronti da sgranocchiare. Profumavano di fumo, erano saporitissimi e croccanti. Poi la fiaba iniziava; io ve ne lascio una qui per ricordarmene, per regalarla a Elisa e in memoria di mio nonno.

In un paese sulle montagne viveva Juved' con la madre. La madre era molto paziente e doveva avere sempre quattro occhi per controllare il figlio che era un poco sciocco e ne combinava sempre delle belle. Una mattina la mamma di Juved' doveva andare a fare delle compere in paese e desiderava trovare il pranzo pronto al ritorno, allora, visto che Juved' restava a casa e non aveva nient'altro da fare gli disse: "Juved', figlio mio, metti in quella pentola vicino al fuoco un paio di ceci così li mangiamo belli caldi quando torno, L'acqua è già pronta, mi raccomando, basta che a un certo punto li assaggi per vedere se sono giusti di sale e poi se sono cotti". Poi guardò il figlio e pensò che era meglio rincarare la dose: "Juved', fammi stare tranquilla, non combinare guai e fai solo quello che ti ho detto, i ceci sono nella dispensa", e se ne partì di buona lena. Juved' ridacchiò un po' sulla pedanteria della madre e poi fece quello che gli aveva raccomandato: prese un paio di ceci e li mise a bollire. Dopo un po' prese un cucchiaio e ne assaggiò uno per vedere se era giusto di sale, e poi un altro per vedere se era cotto. Erano buoni! Ma chissà perché la madre aveva voluto che ne mettesse a cuocere solo due! Al ritorno la vecchina come prima cosa chiese al figlio: "Juved', hai cotto i ceci?" E Juved': "Sì mamma, ho fatto tutto quello che hai detto tu, ho preso un paio di ceci uno l'ho assaggiato per il sale e uno per la cottura ma nella pentola ora c'è solo acqua..." .
Alla mamma di Juved' cascarono le braccia dal disappunto, L'aveva presa alla lettera quello sciocco! Ma era talmente stanca che non ebbe nemmeno la forza di inseguirlo con la scopa, come sempre faceva quando ne combinava una delle sue.

Farfalle gialle

giovedì 28 gennaio 2010

Poco fa ho letto il pensiero di una mia amica rivolto ai bambini di Terezin. Terezin era un campo di concentramento, che ospitava soprattutto ebrei cechi, molto grande, enorme, e molti prigionieri, moltissimi, erano bambini.

Quando sono stata a Praga, qualche anno fa, proprio A. mi aveva indirizzata al Museo ebraico, mi raccontava di esserne rimasta profondamente colpita. Non potevo immaginare l'effetto straziante di quello che avrei visto.
Raccolte in teche, protette dal tempo ci sono, infatti, le opere dei bambini che a Terezin aspettavano di essere deportati, spesso verso Auschwitz. Gli adulti cercavano di proteggerli dall'orrore che vivevano giorno dopo giorno, organizzando corsi di poesia, di disegno di musica.

Ricordo che mi colpirono soprattutto i disegni che rappresentavano una realtà completamente diversa rispetto a quella che vivevano. Farfalle. Moltissime farfalle colorate; fiori, prati, bimbi che si tengono per mano e giocano. C'erano anche i baraccamenti, i lavori forzati, il grigio tetro. Però i bambini s'aggrappavano alle farfalle.

Quelli che mi straziarono erano i disegni che immaginavano un ritorno a casa. Non ricordo quanti fossero i bambini che tornarono a casa, ma furono decisamente pochi.

Non ho vissuto quegli anni, posso solo riflettere sulla deviazione dell'animo umano, sulla crudeltà ottusa in cui può abbruttirsi. Però nel mio piccolo posso cercare di raccontare alla mia bambina la capacità di sentirsi vicini e partecipi agli altri, affinché diventi abbastanza forte da soffrire per gli orrori del passato e da creare un ghetto ideale in cui imprigionare la voglia brutale di sentirsi superiori agli altri.

Per la prima volta a corredo di questo post non metterò un'immagine del vladstudio. Ho trovato una cartolina presa a Praga; l'autrice è Margit Ullrichovà, 18.6.1931 - 16.10.1944

Commenti a margine

martedì 26 gennaio 2010

Da qualche mese ho ripreso in mano il lavoro per la mia tesi. Sto scrivendo un saggio sulle fonti e sulle varianti in alcune novelle del Decameron, tra le quali Lisabetta da Messina.
Ricordo che il mio primo incontro con Lisabetta fu quando facevo la scuola media. La mia professoressa di italiano, una donna intelligente e colta, aveva scelto come lettura una selezione di novelle italiane tratte da Il Pentamerone di Basile, Da Le fiabe italiane di Calvino e dal Decameron, appunto. Fu la mia prima lettura analitica, le adoravo; le leggevo e rileggevo e scrivevo a margine dei miei pensieri.

Questo Natale, quando sono tornata a casa dei miei per le feste, ho ritrovato questo libricino e sfogliarlo mi ha divertita. Tra i tanti, ingenui, commenti a margine ce n’era uno che la Barbara ragazzina aveva apposto a un paragrafo di Lisabetta: "la cosa importante di questa novella è la disobbedienza". Non sono riuscita a ricordare in quale circostanza l’avessi scritto; se fosse stata una mia idea o se avessi riportato un concetto spiegato dalla professoressa. Sta di fatto che ricordo perfettamente che quella novella la ripercorrevo con la mente durante il giorno e mi commuoveva moltissimo.

Poi ho rincontrato Lisabetta in un quadro di Millais Lorenzo e Lisabetta e lì ho capito quanta storia si può narrare con una sola immagine.
Insomma, per quanto mi sforzi di girarci attorno per dirlo non c’è un modo diverso: desideravo poterne scrivere in maniera approfondita e matura. Come se farlo potesse dar vita a un legame più profondo con questa mia amica sventurata.

E ora che ne ho l’occasione non mi riesce. Non so spiegarmelo ma non mi riesce. Vorrei tornare ai tempi in cui con leggerezza appuntavo pensieri e osservazioni e avvicinarmi a questo testo semplicemente parlandone. Probabilmente dovrei prenderne un po’ le distanze. Quando ci rincontreremo magari sarà la volta buona.

L'alba d'inverno

lunedì 25 gennaio 2010

La mattina alle sei e trenta, quando Elisa reclama la sua colazione, m'accompagnano dei gesti di routine. Intanto quasi ad occhi chiusi indosso la vestaglia (una rosa morbida vestaglia di maglia che Massimo mi regalò lo scorso anno per la degenza in ospedale quando Elisa è nata) perché in casa la mattina fa un freddo cane. Inciampo nelle pantofole di Massimo e apro la porta. Ad attendermi c'è Kip, seduta, paziente come la piccola fiammiferaia. Aspetta che le dia da mangiare. Linus dal divano solleva il capo e mi guarda, deciso a non muoversi se non certo che io effettivamente darò loro del cibo. Kip miagola, mi accompagna in cucina e aspetta. Mentre il latte si riscalda guardo dalla finestra. La mattina alle 6,30 l'aria è grigia e buia. Le luci giallognole degli androni dei palazzi di fronte si confondono con quella pallida dell'alba. I marciapiedi rilucono e i rami degli alberi non sembrano poi così spogli. A me piace l'inverno.

Il latte è caldo a sufficienza, un miagolio di Kip mi ricorda che ancora non le ho dato i croccantini. Lo faccio e di corsa arriva Linus che però, sempre, invece di mangiare salta sul davanzale e guarda in strada. Ci diamo il cambio.

Elisa mi aspetta in piedi. Stamattina cantava. Pappa-pa pa-pa. Buongiorno! le dico. Lei canta. Va bene così.
Beve il latte e mi pizzica le dita mentre con gli occhi sorride.
Ho sempre la vaga impressione che sia alla ricerca di qualche birbanteria, che dietro ai suoi piccoli gesti ci sia l'allegra energia della monella.

Sono felice. Bevo un tè verde che degli amici hanno portato per me dal Giappone, è buono.

Un semplice pomeriggio

venerdì 22 gennaio 2010

Per la prima volta un post su richiesta, ma come non accontentare un papà orgoglioso?
Da un po' di giorni Elisa riesce a dormire anche al nido, e questo denota che ormai si sente davvero a suo agio in quell'ambiente. Questo mi fa piacere ma implica che a volte io debba stare in attesa del suo risveglio nel corridoio.
Dalla classe di Elisa si vede il cortile e i giochi, tra cui svettano quattro bellissime altalene. Tra una pagina e l'altra del fumetto di una storia di Ellroy che Massimo mi ha regalato ieri, quindi, e vista la giornata di sole, pensavo che un po' di altalena ci avrebbe fatto senz'altro bene.

Ed ecco comparire in braccio alla maestra la mia pupina dalle gote rosse, sorridente e sonnacchiosa.
Lei subito mi scosta il cappotto alla ricerca (lo spera...) del pigiama coi fiori che adora guardare la mattina, incappando, invece, in un modesto maglione a strisce scure; la maestra intanto mi dice che oggi durante la lezione di musica è stata bravissima; molto attenta e ricettiva. Sorrido gongolante e l'altalena assume sempre più il contorno di un bel premio.

Ma, come sempre, alle belle notizie segue sempre qualche scocciatura e la maestra prosegue dicendomi che Elisa è stata morsa da un amichetto. E sembra che lui l'abbia incautamente presa di mira. Incautamente perché pare che la bimba si difenda molto bene. Allora mentre Elisa mi indica l'irresistibile braccino saporito accelero le operazioni di imbacuccamento e il giardinetto diventa un parco giochi a noi due dedicato; il dolce dondolio condito di sorrisi ha reso soleggiato il mio pomeriggio (e, a quanto pare, anche quello del suo papà).

Al di là delle mie parole maldestre...

mercoledì 20 gennaio 2010

Questa mattina ho accompagnato Elisa all'asilo. Di solito lo fa Massimo.
E sono felice perché ho assistito a una scena che mi ha fatto pensare che forse una speranza per questo Paese guasto c'è.

Quando si arriva davanti alla classe bisogna indossare dei copriscarpe. L'operazione non è semplice perché non sempre c'è un posto in cui sedersi o a cui appoggiarsi, e stare in equilibrio su una gamba sola con una bimba di 10 chili in braccio diventa un'impresa circense. Oggi è stato ancora più complicato giacché dalla classe di Elisa proveniva il pianto disperato di un tenero bimbo mammone (che poi ti dispiace sentirli piangere ma quando consideri come tua figlia si siede prende a giocare e non ti degna nemmeno di uno sguardo mentre vai via un po' le mamme dei mammoni le invidi...) ed Elisa spingeva verso la porta rendendo il mio già precario equilibrio pericolosamente sghembo.

Indossati i copriscarpe entriamo in classe e subito Elisa mi fa capire in maniera abbastanza esplicita che vuole essere messa a terra. Ubbidisco, saluto e faccio per andarmene, rimuginando sul mancato saluto e piantarello di congedo, quando vedo che parte gattonando velocissima alla volta del bimbetto in lacrime e in una strana lingua gli parla, dolcissima.

Non so che effetto abbia sortito il discorso di Elisa, ma certo sono andata via contenta.

Amico mio, accanto a te
non ho nulla di cui scusarmi,
nulla da cui difendermi,
nulla da dimostrare: trovo la pace...
Al di la' delle mie parole maldestre
tu riesci a vedere in me
semplicemente l'uomo.
(Antoine de Saint-Exupery)

Where the Wild Things Are

domenica 17 gennaio 2010

Nel paese dei mostri selvaggi. Ecco dove dovrei abitare per un po'.

Leggevo questa mattina l'albo illustrato di Maurice Sendak che ho regalato a Elisa perché dovevo scriverne una recensione e sulle prime ne apprezzavo le illustrazioni, la storia. Poi sono stata sopraffatta da una pulsione ideale a travestirmi da lupo, balzare su una barchetta rossa e solcare le onde del mare per un anno e più alla volta del paese dei mostri selvaggi.

Mi avrebbero accolta digrignando i denti, questo è sicuro, ma sono altrettanto certa che non avrei impiegato molto a diventarne la regina.
E allora invece di rimettere a posto un armadio in ordine o mangiare con frenesia un cibo che assaporato con cura sarebbe delizioso e invece risulta sciapo, potrei semplicemente scagliare qualsiasi, ingombrante, cosa dove mi pare e quando mi pare senza che nessuno possa dirmi che sbaglio o che sono una creatura selvaggia.

Non lo so, davvero non lo so, se riuscire a capire che controllare le proprie emozioni sia la soluzione giusta a un disagio che mi sembra banale definire esistenziale, dovrei sforzarmi per arrivare a determinate, mature, conclusioni. Avverto il peso di ciò che mi accade attorno. Non so modellare la roccia.

Per ora m'abbandono a una bella ridda sfrenata di immaginazione, e chissà che non mi curi.

Garbage

venerdì 15 gennaio 2010

Quante cose inutili si possono accumulare negli anni e a quante, nonostante il loro completo inutilizzo, siamo morbosamente affezionati tanto da non riuscire a disfarcene?

Io penso di essere una delle maggiori accumulatrici di inutilia dell'orbe terracqueo. Di anno in anno (quando certe fragilità personali lo richiedono) cerco di eliminarne un po'. Di buona lena smisto, ordino secondo categorie e medito su ciò che davvero mi sia necessario o meno.
Di solito c'è il settore trucchi, il settore vestiti (con svariate sottosezioni), quello delle scarpe e, infine, quello degli oggetti.

Non butto mai via niente e i cassetti si affollano e intasano.

Questa mattina ho buttato tutto senza nemmeno pensarci. Dai cassetti, dagli armadi, dagli scaffali direttamente nelle buste e poi di filato nella spazzatura. Senza categorie o valutazioni varie su un possibile, probabile, futuribile riuso.

I sacchetti nell'ingresso mi giudicavano, sono certa con biasimo. Ma i giudizi dopo una certa ora mi fanno poco effetto.

Sono sicura che questo (non il sentirsi giudicata dai sacchetti, questa difficoltà a separarsi dagli oggetti) abbia un nome, sia una sindrome. In un altro momento mi sarei sentita sollevata: ho battuto una pessima abitudine che redeva manifesta la mia fragilità. Ma oggi no, mi dispiace separarmene e non sono affatto, affatto, forte.

Pace non trovo e non ho da far guerra

giovedì 14 gennaio 2010

"Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio."

Di questi versi ho sempre amato il chiasmo. È l'incrocio reale delle parole e quello figurato dei concetti in cui mi rispecchio. Se esistesse il verbo chiasmare lo farei mio.
Nella mia mente s'incrociano le sensazioni e desidero fortemente trovare un equilibrio che mi permetta di considerare le circostanze con lucidità. Col passare dei giorni ritrovo armonia e leggerezza ma appena incontrate mi sfuggono e temo che possano sparire, per sempre, lasciarmi sola a guardarmi attorno confusa.

Basta un nulla e il buonumore cui mi ero predisposta scompare.
L'aria è tersa ma fredda, dovevo stendere delle lenzuola e l'ho fatto dalla finestra che da sul cortile.
Nel cortile alloggiano tre gatti, bellissimi, fulvi. Ogni volta che m'affaccio, e con me Linus, il mio gatto, dialogano vivacemente con noi, perlopiù, così mi pare di intendere, chiedendo cibo.
Ma è inutile che glielo dia io il cibo ai tre gatti fulvi perché a nutrirli ci pensa una gentile signora che direttamente dal suo balcone lancia a piene mani (letteralmente a piene e nude mani) spaghetti al sugo, frattaglie e, quando fa davvero freddo come oggi, brodino. A questi tre lanci ho assistito, gli altri li desumo da ciò che rimane per giorni in cortile schifato dai gatti e molto gradito a cornacchie, gabbiani, merli, passeri. D'estate lascio alla vostra immaginazione ciò che può accadere con questi rifiuti sotto alla finestra.
Conto sempre fino a tre, perché pare che sia giusto così per addolcire il tono, ma nonostante questo mio contare io sento necessario spiegare alla signora che non è così che ci si prende cura dei gatti. Di rimando la signora non conta mai fino a tre. Oltre a usare questi piacevoli scambi per apprendere delle colorite espressioni in romanaccio poco mi resta da fare se non innervosirmi e perdere nella concitazione dell'evento dalle 4 alle 5 mollette.

Vorrei essere come una di quelle antologie per le scuole medie, con dei bei versi allineati e ordinati per tempo, scuola, intenti. Con una rassicurante introduzione programmatica negli intenti e rassicurante nel metodo.
E invece sono un guazzabuglio di parole sparse e nulla stringo e tutto il mondo abbraccio.


Pace non trovo e non ho da far guerra
Petrarca, Canzoniere CXXXIV

I haven't gotten anywhere, only here

martedì 12 gennaio 2010

In certe occasioni sembra che nulla possa riuscire a rovinare la propria giornata. Sta lì, appena iniziata con la tua bambina che ti saluta con il suo squillante cianciare sulla porta di casa. Un saluto che senti riecheggiare giù per le scale e, se tendi l'orecchio, fuori dal portone. Una mattina con molte pagine da scrivere, altrettante da leggere, tutte attese e in attesa, tutte desiderate, interessanti.

Un po' come quando ci si prepara una bella bibita fresca, in estate. Si aspetta il momento giusto, si scelgono gli ingredienti preferiti, si trita il ghiaccio e magari si aggiunge qualche fettina di frutta per dare colore, per volersi bene. Poi qualcosa accade e ci induce a lasciare la nostra bibita in attesa.

Quando torni, il bicchiere trasuda condensa, il ghiaccio si è sciolto, la frutta ha assorbito troppo zucchero. La bevi, perché hai sete, ma non ne hai più voglia.

Oggi è stata una di quelle occasioni. E io sono stanca.


Un canestro di giunchi di ferro mi ha portato il lamento del mare.
Un canestro e delle braccia, delle mani.
Il mare si ferma.
Consegna il canestro e taci.
Il mare è muto
E milioni di voci e suoni con lui.
Il canestro giace.
Giunchi intrecciati e sottili.
I miei pensieri. Non giunchi. Non ferro.
Né mare.
I miei pensieri.
Capelli sottili in balia del tempo.
Il canestro giace.
Il mare è muto.
Taci dopo la consegna.
Le mani si muovono e le braccia pure.
Le braccia si intrecciano.
Il mare giace.
Il canestro è muto.
Il cuore attonito.
Lo sguardo sordo.
Sordo al mare.
Taci dopo la consegna.
Ed io avrò il permesso di non ascoltare.
Le braccia si sciolgono.
Le mani si fermano.
Onde brune. Immobili. Poi scure. Poi nere.
E silenzio.

Un canestro di giunchi di ferro mi ha portato il lamento del mare.

Terrestre: s. m. e f. Abitante della Terra

lunedì 11 gennaio 2010

Questa mattina è buia. L'aria è satura di pioggia. Le mura dei palazzi coperti di bruma. Questa notte è stata molto fredda.
Le lenzuola che avevo steso ieri approfittando di un sole pallido sono zuppe.

Questa mattina mi ha scritto mia sorella. Ha trovato in rete un film bellissimo, mi ha consigliato di guardarlo, nonostante sapesse l'effetto che mi avrebbe fatto, o grazie al fatto di saperlo.
"Terrestri", così si intitola.
Inizialmente non sapevo se guardarlo o meno, poi mi sono convinta a farlo, e ho fatto bene.

Tutto il film/documentario prende le mosse da una semplice constatazione: Giacché tutti abitiamo sulla Terra siamo tutti considerati terrestri. Niente di più vero, oggettivamente.
Che cosa rende dunque dissimili i trattamenti crudeli e irrispettosi con cui trattiamo altri esseri viventi da quei mostri che trattarono (e trattano) crudelmente altri uomini?

Guardo i miei due gatti e considero che sono fortunati: vivono in una casa che è anche loro, con persone che li amano, li nutrono, li curano. So da dove vengono, di cosa hanno bisogno e so che non saranno mai abbandonati.
Ma anche questo è relativo: come posso essere certa che i miei due gatti stiano bene qui e non preferirebbero invece di vivere all'aperto, liberi?

Guardo i miei gatti e considero le condizioni terribili in cui i cuccioli destinati alla convivenza con gli uomini (tra terrestri) spesso sono allevati e rabbrividisco. Penso agli animali che nascono e vivono solo per nutrirci, coprirci, sollevarci da faticose incombenze, alle loro vite di passaggio e mi chiedo che differenza ci sia nell'attitudine di un uomo che uccide a bastonate una foca o di un altro che scuoia vivo un cane con quella che ha deviato le coscienze di alcuni inducendoli a considerarsi superiori ad altri uomini.
Il concetto è lo stesso: ci si sente superiori a un'altra specie e si agisce di conseguenza con una crudeltà indicibile, come se si trattasse di oggetti inanimati, meri utensili.

E le necessità di una specie prevalgono su quelle di altre, nonostante sia chiaro che tutti gli esseri viventi siano qualcuno e non qualcosa.

Questa mattina è buia. L'aria è satura di pioggia. Le mura dei palazzi coperti di bruma. Questa notte è stata molto fredda.
Le lenzuola che avevo steso ieri approfittando di un sole pallido sono zuppe.

Quanti terrestri si saranno svegliati oggi con le ossa zuppe di freddo. I pensieri ghiacciati dal vento?


Hearthling - Make the Connection
Voce narrante: Joaquin Phoenix
Musica: Moby
Regia: Shaun Monson

Che prima sia vaga, come un sogno...

domenica 10 gennaio 2010

...Poi esatta, come l'algebra.

Qualche genitore era un po' scettico in merito. Io mai.
Possono i bimbi piccoli, piccolissimi, seguire una lezione di musica?
In linea generale secondo me sì. Ma si tratta di una mia idea basata sul mio rapporto con la musica, adagiata su quella morbida sensazione che solo quest'ultima riesce a darmi e che, per la naturale semplicità del canale comunicativo, certamente riesce a dare ai piccini. O perlomeno si trattava.

Grazie a Elisa sono, infatti, venuta a conoscenza di un metodo straordinario di apprendimento musicale che si rivolge proprio ai neonati (e parlo di neonati a partire dai due/tre mesi di vita...).

Si tratta del metodo Gordon la Music Learning Theory. Mi ha rapita letteralmente e ogni volta che posso cerco di raccontarlo. Anche quando non esplicitamente richiesto.
Gordon è un pedagogo che a un certo punto della propria esistenza ha avuto un'illuminazione: ma perché non applicare alla musica ciò che accade con l'apprendimento del linguaggio?
I bimbi incominciano a parlare e dalla lallazione passano in tempi abbastanza brevi alla formulazione di fonemi e poi parole, per arrivare a costruire delle frasi complesse e a comunicare pienamente e con cognizione di causa.
Quando vanno a scuola, poi, imparano ad applicare a ciò che hanno fino ad allora appreso una struttura e delle regole. Norme grammaticali, categorie lessicali, logica. E questo avviene, più o meno, naturalmente.
Perché allora fare il percorso inverso quando si tratta di musica?
Perché il bambino deve arr
ivare a scuola e incominciare dalle regole e non il contrario?

Io lo trovo geniale. Una lallazione in musica che dovrebbe indurre i bimbi a fare essi stessi musica in maniera naturale. Gorgheggi, ondeggiamenti, battiti ritmici di manine paffute. E quando sarà il tempo del pentagramma sarà... e chissà che nel frattempo la mia piccola Elisa non riuscirà ad applicare alla musica il pensiero di Lévi-Strauss che vorrebbe la musica capace di sopprimere il tempo.


Il titolo e l'incipit sono una citazione di Guy de Maupassant

Caleidoscopici intenti

venerdì 8 gennaio 2010

Ci sono tante cose che affermo di detestare e altrettante che adoro.
La mia anima è spigolosa e pungente, il mio tono è spesso fermo e supponente. Può infastidire, infastidisce anche me... e a volte rende difficile dialogare con me stessa.
Scado in contraddizioni che nulla hanno di caleidoscopio.
Adoro quel genere di giochi: il caleidoscopio. Ci guardi dentro, semplicemente giri e dei pezzetti di vetro colorato (in un altro contesto spigolosi e pungenti) diventano forme colorate, brillanti. Mai uguali, sempre sorprendenti.
Il loro tintinnio armonico sembra studiato e invece è casuale. E io lo adoro.
Tra l'altro è simbolico di un'ambizione alla scrittura di tipo arturiano: di più narrazioni tra loro indipendenti ma sempre destinate a intrecciarsi in maniera non strutturata ma con un risultato complessivo simmetrico e bellissimo. Si tratta di entrelacement. Si tratta di storie, pezzetti di vetro colorato, pensieri.
Le mie contraddizioni, purtroppo, non generano varietà, almeno non quando sono in fase autocritica e perlomeno non simmetriche e armoniche. Piuttosto una fastidiosa e strutturata monotonia di intenti. In certi momenti sono piuttosto una trottola. Depauperata dal senso filosofico a lei attribuito dagli antichi.

Scriverne è terapeutico. Rileggere mi indurrà a tagliare e sfrondare concetti che per il loro essere così personali e soggettivi poco potrebbero interessare e certamente poco comunicherebbero.

Con lo scorrere delle dita sui tasti si alleggerisce anche la tensione per la stanchezza accumulata in giorni di festa in cui la fatica si rivela sempre doppia e dai quali, sempre, si deve recuperare.

Oggi ho ripreso a studiare con serietà (di metodo e intenti) e stavolta non sarò perfezionista perché me lo devo e perché sono stufa del mio perfezionismo. Lo detesto. A febbraio saprò dire se sarà stato fruttuoso o meno.
Anche se, effettivamente, il muoversi in una direzione (arrivando o meno) dovrebbe essere pur sempre fruttuoso...

Ante litteram

giovedì 7 gennaio 2010

Quando ero una ragazzina per qualche tempo (durò poco, tre settimane se non ricordo male) ebbi un'abitudine, o meglio, presi con me stessa un impegno, un appuntamento. Ogni martedì avrei dovuto scrivere su 2 fogli bianchi, in stampatello, poesie e poi distribuirle. Le sceglievo un po' in base al mio umore (un po' buio, da adolescente), un po' in base a quello che volevo comunicare. Mi ero presa l'impegno di diffondere qualche bel verso, di trasmettere qualcosa e anche questo rientrava assolutamente nel mio essere un'adolescente.

La scelta era lunga, meditata; una volta scelti ricopiavo i versi. La distribuzione avveniva a caso. Quando trovavo un portone aperto entravo, puntavo una cassetta delle lettere e senza nemmeno leggere il nome del proprietario imbucavo la poesia. Riportavo il titolo, l'anno, l'autore, la raccolta. Era bello. Immaginavo la signora che in pantofole scende a controllare la cassetta delle lettere e trova una splendida poesia. La legge e trascorre dei momenti piacevoli. O magari distrattamente ne scorre le righe e la appallottola. Fantasticavo molto su questa cosa.
Avevo cura di non scegliere poesie d'amore. Pensavo ad amanti gelosi, drammi wertheriani o struggenti malinconie che i versi da me consegnati potevano scatenare. in basso a destra scrivevo: niente di personale, solo una poesia.

Poi un mio amico mi disse che era una cosa da strampalate. Pensandoci bene lo era, allora il mio entusiasmo si spense. E a pensarci ancora meglio ero una spammatrice ante litteram...

Claudia mi ha fatto ripensare a questa cosa chiedendomi di stampare i miei post e regalarli agli amici. Tenere un blog in fondo è un po' come distribuire pensieri: è l'urgenza di comunicare con gli altri e quest'idea mi piace.
Per questo riprendo a scrivere. Non solo su questo blog, anche per me stessa, per Elisa, Per Massimo e per mio padre mio accanito sostenitore e tenero sognatore secondo cui si può vivere di ciò che si scrive.
A ognuno la propria strada. E che non sia davvero questa la mia?

Merry Literary!

martedì 5 gennaio 2010

New York è una città difficilissima da fotografare. Ci siamo stati in dicembre. Avrei voluto scattare mille ritratti della mia bimba per le strade della Grande Mela ma tutti (o quasi) erano deludenti... troppi gli oggetti in movimento, troppe le luci lampeggianti; nulla restava sulla pellicola se non i sorrisi di Elisa entusiasta del contesto; e quelli sono belli ovunque.

Soffiava un vento gelido. Io, come sempre, per tenere fede alla mia innaturale tendenza al radical-chic, indossavo un cappotto e soffrivo in silenzio sfoggiando un calore mio proprio in realtà inesistente; Massimo un piumino, cappello, guanti... Elisa alloggiava nel passeggino tramutato per l'occasione in navicella spaziale. Era un mondo a sé, una bolla calda, accogliente, luminosa e in movimento su ruote attraverso le intemperie.
In un negozio, mentre osservavo delle coloratissime scarpe sportive, mi accorgo di un commesso che fa strani gesti in direzione del passeggino di Elisa che, di rimando, ridacchia: "Help me, help me! I'm prisoner in a bubble!" eheheh...

Quella stessa mattina entriamo in un posto magico: un luogo in cui si dà vita a un teddy bear. Meraviglioso. Elisa nella sua bolla dormiva. Io e Massimo scegliamo una scimmetta. Registriamo un messaggio personalizzato e assistiamo alla sua nascita: la simpatica ragazza facente le vesti di Dio lavora alacremente. Io osservo rapita; a un tratto mi porge un cestino pieno di morbidi cuori di stoffa. Ne scelgo uno a strisce bianche e rosse, mi dice che devo strofinarlo sul mio e poi baciarlo così prenderà vita. Timidamente lo faccio. E che così facendo prenda vita ci credo (!).
La scimmia si chiama Wacca-wacca; sta nel box e ogni volta che Elisa preme la sua zampa destra dice "ciubi-ciubi!" Un grido di battaglia che nel nostro lessico familiare significa: "facciamo le smorfiose pazzerelle col vento nei capelli". E ogni volta che la scimmietta Wacca-wacca dice "ciubi- ciubi" con la mia voce Elisa mi guarda e scuote la testolina ridendo.

Quella stessa mattina siamo stati alla Morgan library. Un luogo trasparente e antico al contempo. La ristrutturazione è di Renzo Piano (ma stavolta gli è venuta bene) all'interno migliaia di libri. Tra uno scaffale e l'altro, se si è fortunati, ci si può imbattere nel manoscritto di "Canto di Natale" o nei disegni di Blake. Indimenticabile. presi dal ricordo di quanto appena visto dimentichiamo al guardaroba la scatola in cui momentaneamente alloggiava Wacca-wacca. Ce ne accorgiamo dopo un po' e rifacciamo di fretta la strada a ritroso (nemmeno a dire due passi... si tratta di New York). Massimo entra, spiega, lo interrogano. Un tipo minaccioso munito di auricolare parlotta, mentre io ed Elisa da fuori guardiamo tutto attraverso le porte a vetro di Renzo Piano.
Hanno ritrovato la nostra scimmia? Ce la restituiranno?
All'interno interrogano ancora Massimo e io ripenso al cuoricino a strisce che impaurito batte nella scatola, al buio.
Finalmente il laccio si districa e Massimo esce trionfante con la scatola. Sopra c'è scritto "Lost & Found". Un'avventura degna del bosco dei cento acri!

La quinta strada ci riacchiappa, e lì non sono l'unica a essere trafelata. Allunghiamo il passo e cerchiamo di infilarci in metro prima possibile. Lì Elisa fraternizzerà con enormi signore e biondissime bambine.
Io ripenso alle creature selvagge che per un soffio non ho incontrato e al libricino di Beatrix Potter che ho acquistato. Peter Coniglio di sicuro dormirà al calduccio tra le pagine al riparo dal gelido vento del nord.