Nei momenti d’urgenza, nei momenti di dolore, cambio. Il mio sangue si fa ingranaggio, i miei muscoli scattano sferragliando, la mia mente diventa un sistema binario. Qualche giorno fa parlavo con delle amiche della fuggevolezza dei ricordi. È necessario fissarli, quanto più possibile rischiararli. Ne cercavo qualcuno e si è affacciato prepotente questo.
Non mi muovo, non prego –non conosco Dio- non piango; ricordo.
È mattino, il telefono squilla, io rispondo. È mio padre. Mio padre delega sempre mia madre alle telefonate quotidiane, se chiama ha un motivo e quel motivo deve essere urgente. Il tono è quello classico di mio padre: molto profondo, chiaro, senza strascichi. “Il nonno è morto” mi dice “quando parti?”.
Parto quello stesso pomeriggio, è inutile che io risponda. Lo sa.
L’autobus puzza dell’aria secca risputata dalle aspirapolvere. L’hanno pulito di recente. Non c’è nessuno seduto di fianco a me. Provo a distendermi ma ormai la trasformazione ha avuto luogo: sono meccanica, rigida. Rimango confinata sul mio sedile, le mani sotto alle cosce, lo sguardo fisso al finestrino. Sono sette ore; passeranno in fretta.
Quando scendo ho le gambe intorpidite. Mio padre mi aspetta, accenna un sorriso e mi abbraccia. Poi una volta in macchina gli chiedo “mamma è a casa?” e lui di rimando “No, è dal nonno… andiamo lì anche noi”. È dal nonno? Vorrei dirgli “papà, il nonno è morto” ma non lo faccio, mi limito ad aggiungere “Andiamo da nonna, chi altro c’è?” “Tutti” e mi guarda come se stesse ripercorrendo con la mente i volti dei suoi fratelli, dei suoi nipoti, di quelli che ci aspettano; e di suo padre. Lo leggo nei suoi occhi così nocciola da virare sul giallo. Chiari.
A casa di nonna la cucina è gremita. Dal soggiorno mi sfiorano e raggiungono dei sussurri lievi. Dovrei andare di là. E lo faccio. Mio nonno m’appare minuto, magrissimo; molto più magro di come lo ricordassi un paio di mesi prima. A coprirlo un velo bianco fermato, arricciato, in più punti. Do un bacio a mia nonna che sta lì seduta e tra tutte le cose che potrei dire chiedo come mai il velo abbia quei punti. Hanno cercato in tutti i negozi del paese un velo neutro, senza trovarlo. Questo era il migliore tra gli altri, aveva solo degli angeli qua e là, ma si poteva rimediare nascondendoli con qualche punto. Ora sembravano rose. Mio nonno non credeva in Dio. Non voleva croci o angeli. Rifuggiva i sacramenti. Era la persona più cristiana che abbia mai conosciuto. Le figlie più volte nei momenti più prossimi alla fine gli hanno chiesto se ci avesse ripensato, se avesse paura. Non ne aveva. Non ci ripensava.
Mi raccontano della forza di mio padre che era lì con lui quella mattina. La conosco, ne vado fiera. Le pareti sono fredde, m’appoggio ora sull’una ora sull’altra, la schiena rifugge. Ho i brividi. La cristalliera profuma di zucchero e miele. Una sensazione color ambra m’avvolge e ristora.
Torno a casa con mia madre per riposare qualche ora. Mio padre resta. L’indomani mattina le mie zie sono molto più turbate. Mi aggiro per le stanze con la mente vuota. Arrivano quattro uomini molto eleganti; devono chiudere la bara. Mi avvicino alla nonna, le dico di non guardare perché temo che poi non dimenticherà mai quell’immagine. Non guardo neanch’io, ma sento ed è lacerante.
Una bella bandiera rossa arriva in nostro aiuto, è come se alleggerisse l’aria, come se ci soccorresse. Risaliamo fino alla piazza e lì ci mettiamo attorno, in cerchio. La piazza è piena di persone, molte non le conosco. I singhiozzi delle mie zie rompono il silenzio. Io dondolo sulle gambe e mi mordo le labbra. Il sindaco racconta di che persona unica fosse mio nonno, della sua forza, della sua coerenza e del suo coraggio. Io ricordo i suoi modi fermi, la sua tenera premura.
La banda del paese intona l’Internazionale, seguiamo mio nonno, alcuni canticchiano altri sventolano le bandiere rosse. Io guardo i miei piedi. Il sole s’insinua tra le spalle della gente, supera le mie. Tocca ora un piede, ora l’altro, ritmico. Comincio a sentire.
“Devi prenderti cura dei defunti” mi dice mio padre qualche mese dopo. È vero. Al cimitero incontro mio zio, è indispettito da alcuni fiori di plastica che ha trovato sulla tomba. Li sta sostituendo con dei fiori freschi; è su una scala, gli porgo i miei. Nel farlo sollevo lo sguardo uno stormo di uccelli che non conosco mi rapisce. “Sono crocioni” mi dice mio zio "arrivano dal Nord Europa”. Io non mi muovo, non prego –non conosco Dio- non piango; ricordo.


















