It's all in the Luck, what the Hell!

martedì 22 settembre 2009

La mia casa si affaccia su una strada abbastanza frequentata, sotto alle mie finestre c'è un tabaccaio, l'andirivieni di persone quindi è abbastanza continuo.
Purtroppo non ho un balcone, quindi quando cerco un po' di refrigerio mi affaccio alla finestra. Preferisco le giornate piovose, e mi piace guardare a lungo il lampione che illumina le gocce di pioggia, ma l'altra sera non pioveva.
C'era un uomo per strada e il mio sguardo si è soffermato su di lui. Un signore sulla cinquantina, ben vestito, con un trolley. Aveva l'aria circospetta, si guardava attorno come se temesse di essere osservato (e io in effetti lo stavo osservando...), e poi si chinava, raccoglieva dei biglietti gratta e vinci (che la gente gratta, non vince ed educatamente butta a terra) e controllava nel caso qualcuno avesse buttato via per sbaglio un biglietto vincente. Questo più e più volte.

Elisa si addormenta attorno alle nove, ma per farlo ha bisogno di bere un po' di latte. Vado dunque ad allattarla e mentre lei beve io penso alla duplice implicazione della scena cui avevo appena assistito.

Che cosa può indurre un uomo ormai maturo a compiere questa povera e umiliante ricerca se non la miseria cui siamo ridotti? La paura di essere sorpreso a compiere un'azione che nulla aveva di "cattivo" era quasi palpabile, e allora alla miseria si aggiunge questa ovattata parvenza di perbenismo che ancora più della miseria ci affligge.
Oppure, ancor più grottesco, era semplice passione per il gioco d'azzardo; e allora dove può condurre una tale passione, per quali strade e vicoli è capace di farci spingere alla ricerca di nuove ed effimere occasioni? Del resto il rischio è legittimato e quindi legittimo. Ce lo propongono anche in tv, sui giornali; i manifesti per strada urlano di tentare la fortuna, di cambiare con la sorte la nostra banale esistenza. E anche gli aeroplani, a volte, d'estate, dall'alto dei cieli ci sussurrano e lambiscono con delle speranze vacue ma celesti.

La frase del titolo è di Charles Bukowski

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Davvero triste. Hai ragione

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