Voglio dedicare lo scritto di questa mattina ad alcune persone a me care che lasciano un posto familiare per spostarsi altrove; così come ho fatto io ormai quindici anni fa.
E vorrei dedicarlo a mia figlia, augurandomi che quando, crescendo, si troverà dinanzi a scelte e decisioni impegnative e dolorose, possa prenderle con l'animo lieve di chi sa che nessuna distanza è mai incolmabile; nessun luogo è mai così familiare come quello che trova riparo dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi di vento e sole nel nostro cuore.
Sono capitata per caso ad un mercatino di crete.
Con la testa rivolta ad altro e senza curiosità mi sono avvicinata e ne ho presa una in mano.
Un piatto, una ciotola.
La tenevo fra le mani e sentivo salirmi su per le braccia una vibrazione che mi parlava di posti lontani.
La sua consistenza porosa mi portava ben più lontano di una dolce collina senese.
Per parecchio tempo mi sono portata dietro quella sensazione, non riuscendo a spiegare a me stessa dove cercasse di condurmi.
Questa notte ho capito.
Verso casa.
Sono precipitata di colpo nel passato.
Al tempo in cui mia nonna cuoceva in una specie di piccola giara di creta rossa i fagioli o i ceci.
Quella giara la trovavo già vicino al fuoco, quando mio padre mi lasciava la mattina, con gli occhi ancora pieni di sonno, a casa di sua madre.
E la ritrovavo ancora lì, quando tornavo da scuola.
Era mio il compito di lavare i piatti.
E con loro la giara.
Quando la prendevo in mano era ancora calda, segnata dalla cenere e dal carbone.
La tenevo fra le mani prima di sentirla crepitare al contatto con l'acqua fredda.
E guardarla da rossa diventare marrone.
Sembrava bevesse, si dissetasse dopo un'intera mattina trascorsa al calore del fuoco.
C'era anche un posto preciso dove mi piaceva metterla a scolare.
Sul davanzale della finestra.
Tra i gerani rossi e rosa.
Ho sempre pensato che i gerani di mia nonna fossero quelli più profumati, anzi, gli unici che profumassero.
Non di polline, piuttosto di terra e foglie.
Ripercorrere verso casa una strada familiare.
Camminare sulle pietre sconnesse dei vicoli umidi e bui.
Verso casa.
Saltare sempre il gradino stretto che introduceva la piazza della frutta.
Infilare sempre il mio dito indice nella fessura fra il muro e lo stipite di una porta sconosciuta.
E fermarmi a guardare con la stessa curiosità, sempre, l'albero di fico nato tra le pietre.
E staccarne una foglia e spalmare il suo latte bianco e denso sul palmo della mia mano sinistra. Per Madama Fortuna.
Verso casa, tra le mura strette che sembrano rubarsi l'aria e il sole.
Tra l´odore dell'acqua insaponata, ancora bollente, buttata in strada e quello forte dei gatti e dei cani randagi.
Camminare svelta fischiando in salita, convinta che fosse meno faticoso così, innescando puntualmente una lotta persa in partenza contro una grossa stalattite di ghiaccio che pendeva in inverno dal tetto della madre di mia madre.
Nessuna pietra è mai riuscita a colpirla, solo la pioggia la faceva scomparire, per poco.
O la primavera.
Un bicchiere colmo di acqua gelida e poi la corsa su per le scale fino alla finestra da cui potevo scorgere la casa da cui provenivo e segnare col dito il tragitto fatto e abbracciare con lo sguardo, un piccolo sguardo, un posto dove ora vorrei tanto tornare.
E vorrei dedicarlo a mia figlia, augurandomi che quando, crescendo, si troverà dinanzi a scelte e decisioni impegnative e dolorose, possa prenderle con l'animo lieve di chi sa che nessuna distanza è mai incolmabile; nessun luogo è mai così familiare come quello che trova riparo dallo scorrere del tempo e dal susseguirsi di vento e sole nel nostro cuore.
Sono capitata per caso ad un mercatino di crete.
Con la testa rivolta ad altro e senza curiosità mi sono avvicinata e ne ho presa una in mano.
Un piatto, una ciotola.
La tenevo fra le mani e sentivo salirmi su per le braccia una vibrazione che mi parlava di posti lontani.
La sua consistenza porosa mi portava ben più lontano di una dolce collina senese.
Per parecchio tempo mi sono portata dietro quella sensazione, non riuscendo a spiegare a me stessa dove cercasse di condurmi.
Questa notte ho capito.
Verso casa.
Sono precipitata di colpo nel passato.
Al tempo in cui mia nonna cuoceva in una specie di piccola giara di creta rossa i fagioli o i ceci.
Quella giara la trovavo già vicino al fuoco, quando mio padre mi lasciava la mattina, con gli occhi ancora pieni di sonno, a casa di sua madre.
E la ritrovavo ancora lì, quando tornavo da scuola.
Era mio il compito di lavare i piatti.
E con loro la giara.
Quando la prendevo in mano era ancora calda, segnata dalla cenere e dal carbone.
La tenevo fra le mani prima di sentirla crepitare al contatto con l'acqua fredda.
E guardarla da rossa diventare marrone.
Sembrava bevesse, si dissetasse dopo un'intera mattina trascorsa al calore del fuoco.
C'era anche un posto preciso dove mi piaceva metterla a scolare.
Sul davanzale della finestra.
Tra i gerani rossi e rosa.
Ho sempre pensato che i gerani di mia nonna fossero quelli più profumati, anzi, gli unici che profumassero.
Non di polline, piuttosto di terra e foglie.
Ripercorrere verso casa una strada familiare.
Camminare sulle pietre sconnesse dei vicoli umidi e bui.
Verso casa.
Saltare sempre il gradino stretto che introduceva la piazza della frutta.
Infilare sempre il mio dito indice nella fessura fra il muro e lo stipite di una porta sconosciuta.
E fermarmi a guardare con la stessa curiosità, sempre, l'albero di fico nato tra le pietre.
E staccarne una foglia e spalmare il suo latte bianco e denso sul palmo della mia mano sinistra. Per Madama Fortuna.
Verso casa, tra le mura strette che sembrano rubarsi l'aria e il sole.
Tra l´odore dell'acqua insaponata, ancora bollente, buttata in strada e quello forte dei gatti e dei cani randagi.
Camminare svelta fischiando in salita, convinta che fosse meno faticoso così, innescando puntualmente una lotta persa in partenza contro una grossa stalattite di ghiaccio che pendeva in inverno dal tetto della madre di mia madre.
Nessuna pietra è mai riuscita a colpirla, solo la pioggia la faceva scomparire, per poco.
O la primavera.
Un bicchiere colmo di acqua gelida e poi la corsa su per le scale fino alla finestra da cui potevo scorgere la casa da cui provenivo e segnare col dito il tragitto fatto e abbracciare con lo sguardo, un piccolo sguardo, un posto dove ora vorrei tanto tornare.

3 commenti:
oh tesoro mio!
cla
...brividi... bellissimo, commovente e tanto tanto nostalgico
(Angela)
Che scrittura sensoriale e viva! Mi verrebbe voglia di tornare anche io lì dove non sono mai stata. Piera
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