Io e Giufà

venerdì 29 gennaio 2010

Questa mattina, nella sala d'attesa dell'allergologo, ho letto un libro di fiabe divertenti che mi distraessero dagli ipocondriaci pensieri che spesso affollano la mia mente. Più l'ansia cresceva, più leggevo distrattamente quando, a un certo punto, una fiaba mi è sembrata più familiare delle altre. Il protagonista, uno stolto credulone di nome Giufà, vendeva una tela tessuta dalla madre a una statua, pretendendo che questa lo pagasse. La storia si evolve in bene per il povero sciocco, ma la cosa che mi interessava non era tanto il destino di Giufà quanto piuttosto il fatto che ero ben certa di averne conosciuto almeno altre quattro varianti per mezzo di un cantastorie d'eccezione: mio nonno.

E in effetti lo sciocco protagonista delle fiabe che hanno popolato tanti miei pomeriggi d'inverno si chiamava Juved', nome assonante anzichenò, che, esattamente come Giufà, grazie, o a causa della sua stoltezza, vive delle belle avventure.
Confesso che imbattermi in questo personaggio in un momento così inaspettato mi ha alleggerito l'attesa e l'animo.

Quando ero bambina non dovevo insistere molto affinché mio nonno mi raccontasse delle storie, gli piaceva moltissimo farlo e sceglieva sempre storie buffe, da far ridere. Mia nonna prendeva qualche manciata di ceci secchi, scavava un cantuccio sotto la cenere del camino, vicino alla brace, ve li riponeva e li copriva. Intanto mio nonno s'aggiustava sulla sua sedia: a cavalcioni, con le braccia conserte appoggiate sulla spalliera. Nel giro di qualche minuto i ceci erano pronti da sgranocchiare. Profumavano di fumo, erano saporitissimi e croccanti. Poi la fiaba iniziava; io ve ne lascio una qui per ricordarmene, per regalarla a Elisa e in memoria di mio nonno.

In un paese sulle montagne viveva Juved' con la madre. La madre era molto paziente e doveva avere sempre quattro occhi per controllare il figlio che era un poco sciocco e ne combinava sempre delle belle. Una mattina la mamma di Juved' doveva andare a fare delle compere in paese e desiderava trovare il pranzo pronto al ritorno, allora, visto che Juved' restava a casa e non aveva nient'altro da fare gli disse: "Juved', figlio mio, metti in quella pentola vicino al fuoco un paio di ceci così li mangiamo belli caldi quando torno, L'acqua è già pronta, mi raccomando, basta che a un certo punto li assaggi per vedere se sono giusti di sale e poi se sono cotti". Poi guardò il figlio e pensò che era meglio rincarare la dose: "Juved', fammi stare tranquilla, non combinare guai e fai solo quello che ti ho detto, i ceci sono nella dispensa", e se ne partì di buona lena. Juved' ridacchiò un po' sulla pedanteria della madre e poi fece quello che gli aveva raccomandato: prese un paio di ceci e li mise a bollire. Dopo un po' prese un cucchiaio e ne assaggiò uno per vedere se era giusto di sale, e poi un altro per vedere se era cotto. Erano buoni! Ma chissà perché la madre aveva voluto che ne mettesse a cuocere solo due! Al ritorno la vecchina come prima cosa chiese al figlio: "Juved', hai cotto i ceci?" E Juved': "Sì mamma, ho fatto tutto quello che hai detto tu, ho preso un paio di ceci uno l'ho assaggiato per il sale e uno per la cottura ma nella pentola ora c'è solo acqua..." .
Alla mamma di Juved' cascarono le braccia dal disappunto, L'aveva presa alla lettera quello sciocco! Ma era talmente stanca che non ebbe nemmeno la forza di inseguirlo con la scopa, come sempre faceva quando ne combinava una delle sue.

2 commenti:

massimo ha detto...

beato Juved'!

Anonimo ha detto...

che carina =)
cla

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